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Amara terra mia

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Terzigno
Terzigno presso via Verdi (foto del 2017)

Il bene e il male di una terra splendida che non è riuscita a mediare tra il suo presente e il suo passato; una terra e un popolo nella constante ricerca di se stessi.

Per chi va in montagna capita spesso di imbattersi in contesti di squallore e abbandono, questo accade soprattutto nelle zone pedemontane di questo nostro sovrappopolato paese, ovvero in quei luoghi dove la civiltà, o quella che riteniamo tale, si congiunge nella sua gradualità con la natura. Inutile dirvi che questi contesti potrebbero essere i più belli dal punto di vista paesaggistico, basterebbe pensare ai dipinti della scuola di Resina che, alla fine del XIX secolo, ritraevano le nostre splendide campagne, sovrastate da un arcigno Vesuvio. Un misto di pacifico e terribile immortalati per gli immeritevoli posteri.

Per chi è abituato ad altri scorci, l’affrontare le nostre montagne, ma a maggior ragione il Vesuvio, la fascia pedemontana costituisce una vera e propria barriera. Un vallo insuperabile e offensivo di rifiuti. Per noi purtroppo avvezzi a questi scenari, umiliati ma non rassegnati, portiamo avanti la nostra croce e la nostra battaglia.

Le cronache dal fronte stavolta vengono da Pollena Trocchia, paese ben organizzato a valle, dove pure deve contenere l’inciviltà di cittadini, concittadini e sedicenti tali, ma poco fa a monte, là dove la valvola di sfogo di un’economia a nero, di subcultura e latitanza anagrafica riempiono le ubertose campagne di rifiuti d’ogni genere.

Via Grottole prolungamento di via Carcavone, la Zazzera portano a terrazzamenti coltivati a Catranesca e Pere ‘e palummo, linee coltivate a pomodorino, ripiani dorati a crisommola, ultimi scrigni di un mondo rurale abbandonato a se stesso e all’età di chi li coltiva. Custodi dell’effimero e dell’eterno allo stesso tempo ma oramai pochi e sconsolati depositari di un sapere che nessuno vuol più ricevere. Ecco perché quando mi inoltro in questi contesti non è la prestazione sportiva che cerco, non è un panorama che mente che mi interessa, ma è la speranza di incontrare quei pochi contadini che resistono sui fertili crinali del Somma. La mia avidità di conoscere mi rende spesso sfacciato ma in questo mi aiuta la mia faccia tosta partenopea e la consapevolezza di poter trasmettere ad altri quello sta gradualmente scomparendo.

La cosa più entusiasmante è quella che più sali e più il contadino è anziano, un’inversione generazionale tanto illogica quando spiegabile dal fatto che la nostra terra è una conquista e come tale difficilmente la si lascia dopo averla conquistata col sudore della fronte, e la si coltiva come quando si celebra una messa, in maniera rituale ed ancestrale al contempo.

Più giù invece la terra la coltiva chi ama arrivarci con l’auto, coloro che hanno già fatto il patto generazionale con l’Alfasud e le sue più recenti declinazioni. Quelli che hanno riempito i limiti dei loro stessi appezzamenti degli scarti del loro lavoro sporco, dei contenitori di polistirolo in sostituzione di una prota che non esiste più; con i teloni di plastica che sostituiscono i tetti delle loro baracche, o con la lamiera arrugginita, impallinata dalla noia di chi non potendo più cacciare come vorrebbe sfoga la frustrazione della sua doppietta come può; la chimica ha ormai sostituito ‘a munnezza, ha sostituito lo stallatico di stalle che non ci sono più o che si mescolano nel tessuto urbano come un elemento alieno e maleodorante ma le buste di plastica e le taniche del concime e del diserbante stanno tutti là, in bella mostra, così come l’eternit e la guaina d’asfalto, mostrando le colpe palesi di un mondo che non ha saputo fare i conti con se stesso e le proprie radici. La terra non ammette tradimenti ed è monogama e fedele a chi la rispetta ma oltre, ‘ngopp’a Muntagna è vergine come Diana e non ammette altra visione se non quella di coloro che le sono devoti.

Tutto il resto, finché resterà giù, contrario e distante, non conta.