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Cronache dalla quarantena #2

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Primavera vesuviana (foto di C. Teodonno)

(Ieri) Diciannovesimo giorno di quarantena più o meno forzata, diciannovesimo giorno chiuso più o meno in casa e allacciato al mondo col cordone ombelicale della Rete.

Giorno 19

“Los seres humanos no nacen para siempre el día en que sus madres los alumbran, sino que la vida los obliga a parirse a sí mismos una y otra vez – Gli esseri umani non nascono sempre il giorno in cui le loro madri li danno alla luce, ma la vita li costringe ancora molte volte a partorirsi da sé.”

Gabriel García Márquez

Questa incipiente e surreale primavera dai caldi pomeriggi e dalle fresche e tranquille notti mal si addice allo stato d’animo di chi è più avvezzo all’aria aperta che al balcone di casa sua ma va bene anche così, almeno la pioggia non ci guasta la festa di panorami unici di cieli tersi e silenzi che avevamo dimenticato.

Oramai il virus ha fatto la sua comparsa anche a San Sebastiano, paese dove vivo, e a Massa paese confinante, dopo che le limitrofe San Giorgio ed Ercolano pure erano state già colpite, al momento restano cifre irrisorie rispetto alla tragedia lombarda (12.095 casi positivi al covid 19) ma il timore che si raggiungano quelle cifre e quel dolore è alto. In Italia sono al momento positive 26.062 persone, ne sono decedute 2.503 e guarite 2.941. Anche per questo la psicosi dilaga, e l’isteria di chi vuol capire chi è stato colpito dal nuovo corona virus è palese. Oggi abbiamo saputo che l’ex sindaco di Massa di Somma, Antonio Zeno, di stanza a Bergamo come militare della Guardia di Finanza e tornato a casa, è risultato affetto dal covid 19 e per tale ragione lo ha dichiarato pubblicamente.

Notizie sconfortanti arrivano un po’ dappertutto ed aumenta la convinzione che restare in casa possa essere l’unica soluzione valida per combattere questo morbo e possibilmente rimanerne immuni. Il senso di accerchiamento è forte e sembra ormai evidente che l’attesa sarà ancora lunga ed estenuante ma la mia è una sofferenza limitata rispetto a chi combatte ogni giorno nelle corsie degli ospedali ma, il pensiero ai genitori e i suoceri anziani e a mia figlia in Spagna, rende più irrequieto questo mio comodo domicilio coatto. Ed è così che cerco di scrivere per esorcizzare lo sconforto e le mie paure, quelle che cerco di nascondere ai miei cari con un misto di sbruffoneria e commozione, ironia e sentimento di condivisione con un mondo intero, così distante e così vicino e che incomincia ad assomigliarci sempre più nella comunione della paura e purtroppo anche della sofferenza.

Oggi una collega ha postato un video dove dei tedeschi ci dedicavano “la canzone della libertà per eccellenza”: bella ciao! Un quartiere popolare di Bamberg, là dove all’unisono, tedeschi che sembravano più italiani di me, cantavano come potevano e suonavano come sapevano la canzone della nostra resistenza ma che potrebbe essere anche la loro contro quel male che è scaturito forse anche da noi e dalla nostra attitudine di tralasciare il fatto che siamo fatti di carne ed ossa e che sopra ogni cosa non siamo i padroni dell’universo.

Tra le tante bufale che circolano su Whatsapp, per la prima volta arriva in anteprima una notizia veritiera. In mattinata circola infatti quella della destinazione dell’ospedale Apicella di Pollena così come quello di Boscotrecase, all’emergenza covid 19 destinando una ventina di posti tra terapia intensiva e sub-intensiva, nel caso in cui il solo presidio di Boscotrecase, per un alto afflusso di pazienti o per un mancato contenimento dell’epidemia, risultasse non sufficiente. La notizia ufficiale esce però solo in tarda serata sulla stampa, segno evidente che nessuno ha osato anticiparne l’uscita per timore di essere smentiti o di cascare nel facile tranello della deep fake.

Dopo il lunes al sol di ieri, stravaccato fuori al balcone assieme a mio figlio, oggi pomeriggio ho preferito riposare sul divano, assopito dal “Paradiso delle signore” di mia moglie. Mi risveglia la frescura appena sopportabile di un tramonto ormai avviato, il tempo di dedicarmi al giornale e pubblicare un paio di articoli ed è subito sera, e si cena con la rassegnazione automatica di chi è piegato alla routine. Cerco gratificazione in un toscano fuori al balcone, nella speranza di cogliere i canti o la musica delle serate precedenti ma mi abbraccia solo un piacevole anche se surreale silenzio. Fa freschetto ma non mi arrendo, cerco segni di incoraggiamento, ma non ne trovo, qualche voce in lontananza, voci di balconi lontani, voci frettolose e non di placida stasi, non di amabile ozio, forse il freddo non dà ancora agio di farlo e godere di un’aria che così pura non la si respirava da anni.

Nel ritirarmi e rassegnarmi alla home del mio Facebook o a qualche replica televisiva, sento un suono al contempo familiare e lontano, mi fermo ed acuisco il mio udito e non ho più dubbi, è lui: l’assiolo! Non so se sia tornato o se solo ora lo si riesce a sentire perché c’è meno rumore nell’aria ma è stato bello ascoltarlo come se stessi in montagna, magari sul mio amato Matese o sul mio viscerale Vesuvio. Il freddo arriva e mi ricorda che nonostante i miei sigari, sarebbe meglio non agevolare la strada al virus e per questo decido di entrare dentro, provo a vedere un po’ di televisione con mia moglie ma è una stasi che non mi aggrada, malgrado ami fare tutto in sua compagnia, l’arteteca che mi contraddistingue da sempre mi riporta a scrivere, gironzolando per la casa cercando ispirazione, cesso incluso, per dedicarmi queste mie righe autobiografiche.

La notte è ancora giovane e dopo aver adempiuto ai miei doveri di cronista, ho la lettura di un buon romanzo che attende di esser portata a termine e che mi accompagnerà fino al prevalere del peso dei miei pensieri e alla pulsione dei miei sogni.

“After all, tomorrow is another day!”

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