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Cronache dalla quarantena #6

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Su di un muretto a S.Sebastiano al Vesuvio (foto di G. Scarpato)

(Ieri)Trentaduesimo giorno senza soluzione di continuità di permanenza in casa, trentadue giorni a confronto con me stesso. Trentasettesimo giorno dall’inizio della quarantena nella sua gradualità e dieci giorni dalla mia ultima cronaca.

Giorno 37

“Apri la porta a un guerriero di carta igienica. E dammi il tuo vino leggero. Che hai fatto quando non c’ero.”

Umberto Tozzi

Oggi è il compleanno di mia figlia, lontana, in una Spagna martoriata come l’Italia; abbiamo festeggiato a distanza con una videochiamata congiunta, assieme ad una buona parte dei miei parenti stretti, noi abbiamo soffiato per lei una candelina, posta su di una splendida pastiera fatta da quel genio multitasking di mia moglie mentre lei l’ha soffiata in quel di Valencia su di una torta al cioccolato. Credo che sarà così a lungo, prima di poterla abbracciare di nuovo, anche quando, tra meno di un mese, dovrà discutere la sua tesi di laurea; dobbiamo imparare a razionalizzare anche i sentimenti, le emozioni e stiparli per tempi migliori, quando un abbraccio non sarà più reato o visto come tale. Tutto corre rapido e volubile in questi giorni che invece dovrebbero ristagnare nella calma assoluta dell’attesa, ma, più che il corpo, a correre è la mente che non vuole soffermarsi e pensare, non vuole affrontare le paure dell’ignoto che ci attende dietro l’angolo di un supermercato, tra le scale di casa o in una ripresa economica con incognite da far rabbrividire; evidentemente la nostra scarsa tempra ha bisogno di essere forgiata ancora, prima di esser degni della normalità, degni di quella routine che meriterebbe di essere più apprezzata, se non migliorata, per il nostro bene, per quello di tutti.

L’unico pensiero degno di nota di questo fine giornata di una domenica di quarantena, accompagnata da una radio folk canadese scovata su quell’app meravigliosa che è Radio Garden, va a quella notte di ventiquattro anni fa, quando, sfinito dalla stanchezza e stordito dalla paternità, incominciavo a pensare a quella creatura ribelle, quella che oggi è una donna libera e consapevole, artefice del suo destino e non mera appendice della sua famiglia; e ritorno col pensiero a me, poco più di un ragazzo che nel dormiveglia di quel Venerdì Santo vedevo transitare le barche dei pescatori nel porticciolo di Mergellina, lenti e compassati come questi nostri giorni di relegati in casa davanti allo scorrere inesorabile dei nostri giorni, delle nostre vite.

Le notizie, nella loro drammaticità sono però confortanti, 91.246 positivi, 15.887 morti e 21.815 guariti; ormai pare che le curva dei contagi sia discendente ma è meglio essere cauti ed andare avanti con l’ottimismo di questa notizia e rispettando la quarantena, evitando in tal modo un nuovo impennarsi dell’epidemia. Ciò che più mi preoccupa è però il contrasto tra la mia situazione di stipendiato statale e quella di chi invece, oltre al rischio della salute, patisce un mancato guadagno per il blocco della sua attività lavorativa. Mi rendo conto che questa mia situazione di insegnante che comunque percepisce il suo stipendio, pur rimanendo a casa, possa essere considerata un privilegio ma non lo è, poiché è cambiato il luogo di lavoro, ma l’impegno e la professionalità sono rimasti gli stessi di quando si lavorava in classe; comprendo amarezza e frustrazione di chi per scelta o per destino fa un altro mestiere ma non è con l’astio sociale che supereremo questo momento.

Ma capisco anche che senza salute non si lavora, in verità non si fa più nulla senza di quella e, su tale concetto, tanto elementare quanto disatteso anche in tempo di pace (si vedano le tanti morti sul lavoro che portano il nostro paese a cifre da record) dovremmo basare i nostri ragionamenti. Dovremmo quindi guardare più avanti delle nostre abitudini e cercare di fare tesoro dei nostri errori per il futuro. Detto ciò, temo un ritorno rapido alla normalità, temo che in virtù di una contingenza economica si sottovaluti quella sanitaria, a maggior ragione, nel momento in cui il contagio pare abbassarsi, con le necessità economiche che incombono e il bel tempo che incalza, in particolar modo in un Meridione che non ha provato, come altrove, l’orrore del virus.

La speranza è che la gradualità alla normalità sia realmente tale e che lo Stato non ceda alle pressioni corporativistiche ed aiuti il più possibile chi ne ha realmente bisogno, permettendo a tutti noi di tornare ad una reale normalità. Predire quando questa possa giungere è difficile a dirlo poiché l’impreparazione alla cosa è globale, è mondiale, per cui le analisi certe verranno solo a posteriori e con dati precisi alla mano, e non come qualche sciacallo sta facendo in queste ore così difficili, per cui mi sembra giusto ed opportuno che il governo navighi a vista e che magari le opposizioni diano anche loro una mano a remare verso approdi più sicuri.

Scavare solchi immaginari fuori al mio balcone, zona franca per eccellenza per la mia mente, acquisisce sempre più un qualcosa di surreale, immerso nel silenzio pomeridiano non vedo più scorrere l’odioso traffico ma una striscia vuota d’asfalto che si delinea sotto il mio sguardo fino a sparire dietro una curva solitaria. Quasi mi manca quel traffico, segno dell’irrequietezza dell’animo umano, nella costante ricerca di quel che non ha, insaziabile divoratore di ciò che gli manca.

Una sola costante prevale in me, ed è la necessità di andare in montagna, soprattutto sulla mia Montagna. Fra undici giorni ci sarebbe stato quello che per me è l’atto più sacro dell’anno, il mio ver sacrum, il Sabato dei Fuochi e temo, e forse, a questo punto spero, che non si celebri questa ricorrenza, o che la si sposti verso auspicabili tempi migliori. Il Sabato dei fuochi è un momento rituale in cui celebro assieme ai fratelli delle paranze la Montagna e la sua natura sacra, così come ognuno celebra la sua devozione, sia essa mariana o più sincreticamente pagana. Non so che pensare, ma il Sabato dei fuochi è la celebrazione della vita e per questo motivo, non lo si può affrontare con la morte che ci aleggia sopra.

Non mi resta che sognare ad occhi aperti, tra le pagine dei romanzi che mi accompagnano in questi giorni, tra l’indole scanzonata dei miei studenti che ormai vedo quotidianamente grazie ad una tecnologia che resiste ancora; non mi resta quindi che stordirmi con Netflix o viaggiare per il mondo con i documentari di D-max. Non mi resta che resistere anche per il bene di tutti e dei miei nonni che da qualche parte mi staranno pure guardando.

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