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Damnatio memoriae

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Nell’antichità classica la si applicava a chi si dimostrava essere nemico di Roma e del senato romano, era una pena che consisteva nella cancellazione di qualsiasi traccia riguardasse una determinata persona, come se questa non fosse mai esistita. Si trattava di una pena terribile, riservata soprattutto ai traditori e ai nemici della cosa pubblica.

Ecco, nel nostro piccolo, vorremmo fare lo stesso anche noi, vorremmo applicare la condanna della memoria a colui, ma anche a coloro, che hanno permesso la distruzione di una parte consistente del territorio statale del Parco Nazionale del Vesuvio. La storia dello scempio del parco e della sua conduzione verso l’abbandono quasi totale è lunga e non nasce di certo con questa presidenza che volge per fortuna al termine, e che speriamo vivamente non sia riconfermata, ma se l’uomo è artefice del proprio destino, in questo caso, chi era stato chiamato al difficile compito di presiedere il più antropizzato dei parchi nazionali italiani, avrebbe quanto meno dovuto avere l’umiltà di ascoltare chi realmente viveva il territorio, vista la sua ignoranza in materia; cosa che poi ha fatto, ma solo in minima parte, ascoltando esclusivamente coloro che si sono dimostrati funzionali alla sua visione di parco giochi, o utile a quella dei suoi referenti politici e distante anni luce dalla tutela del Vesuvio e della sua biodiversità.

Per cui, dopo l’incendio del 2016, cagionato da anni di incuria, e dopo che le istanze da parte delle associazioni locali ad intervenire per scongiurarne un altro, furono puntualmente disattese, non si è fatto altro che produrre carte e burocrazia, favorendo il viatico al disastro del 2017, il più grande incendio vesuviano dopo l’eruzione del 1944. Questo interesserà 3.350,23 ettari di superficie boscata sui 3.798,04 complessivi (fonte Facoltà di Agraria della Federico II, tratta da uno studio commissionato dallo stesso Ente Parco) e per il quale paghiamo ancora oggi le conseguenze. Il tutto è scaturito, a nostro modesto parere, da un concorso di colpe, e per il quale esiste anche un iter giudiziario a carico di alcuni funzionari della Regione Campania, senza per questo intaccarne i vertici politici. Il disastro nasce anch’esso da anni di incuria e da lavori AIB parziali o inesistenti, e per tale ragione, tutti, con le fiamme ormai alte e diffuse su tutta la superficie del parco, gridarono al fantomatico attacco criminale, tutti a partire dal presidente del PNV, nella ricerca di un alibi per le proprie inadempienze. Tutti, come anche le forze dell’ordine, che parlarono di inneschi mai mostrati e arrivarono addirittura a parlare dell’utilizzo di gatti per innescare gli incendi, cosa puntualmente smentita da chi lavorava allo Zooprofilattico di Portici, relegando la presunta notizia ad una delle tante leggende metropolitane che purtroppo perseverano ancora oggi benché smentite successivamente anche dagli stessi militari.

Ad ogni modo nessuno, e sottolineiamo, nessuno escluso il sottoscritto, menzionò il ritardo della costituzione del DOS, a una settimana dallo scoppio dell’incendio, quando era ormai troppo tardi per frenare l’avanzata delle fiamme; nessuno menzionò la stipula della convenzione tra Regione e Vigili del Fuoco solo il 25 luglio, ovvero a incendio terminato; nessuno menzionò la stessa convenzione col PNV, stilata solo un anno dopo dall’evento, e nessuno fece il mea culpa quando molte delle cose dichiarate non si rivelarono altro che bufale poi smentite settimane dopo. Tutte le colpe sono ricadute sul capo dell’unico capro espiatorio di questa maledetta storia, quello di un ragazzo difficile, condannato per aver dato fuoco ad un ettaro di pineta dietro casa sua, provare per credere.  Ma, a presiedere il PNV c’era sempre colui che si nascondeva dietro il dito dell’attacco al suo “new deal”, senza dimostrare però quali fossero mai stati questi presunti interessi di questo fantomatico nemico se non sfruttare egli stesso complottismo e luogo comune per coprire l’atavico malgoverno del territorio di cui era anch’egli un rappresentante.

Ma per colui che merita l’oblio non c’è pace, infatti davanti al grave problema dei rifiuti in area parco, demanda a comuni e CCFF la responsabilità per la lotta allo sversamento illegale dei rifiuti, delle micro-discariche e delle discariche storiche presenti all’interno del PNV, prima negandone l’esistenza, poi sancendola con il suo generoso impegno economico, con un inutile quanto costoso sistema di videosorveglianza, altro specchietto per le allodole che non ha frenato e che non potrà mai frenare con questi mezzi, un’economia sommersa che vive appunto anche di questi reati. Parte dunque col rilancio del “Grande Progetto Vesuvio”, grande nelle ambizioni ma misero nel risultato, ingigantito solo da una campagna stampa acritica o priva di ogni cognizione di causa, diramata a tappeto soprattutto nei suoi ultimi mesi di mandato, mostrando sempre le solite immagini edulcorate di un Gran Cono, preso da lontano, libero da sporcizia e da confusione ma anche libero dai turisti; neanche 5 km di sentieristica ristrutturati, sui 54 preesistenti e sui tanti progettati e il progressivo abbandono, fatto di lusinghe e promesse, per quanto riguarda il resto dei sentieri, in particolar modo per quelli del Monte Somma. Il vero risultato del GPV non è stato altro che l’affidamento clientelare a quelle spugne chiamate partecipate pubbliche, società in house come SMA, ARMENA, SOGESID ed EAV che giustificano la loro esistenza grazie anche agli affidamenti dei lavori e dei progetti del GPV.

A ciò si aggiunge l’acredine creatasi tra il parco e un mondo del turismo che solo tardivamente s’è reso conto con chi aveva a che fare e pertanto, da un anno a questa parte, dopo la prima batosta del COVID e costatato che il guadagno andava scemando per il contingentamento turistico di Quota 1000 e per un sistema di biglietteria a dir poco balordo, è sceso finalmente in strada per protestare contro i provvedimenti della presidenza del parco; che dire, meglio tardi che mai.

Il vero problema, ovviamente, non è colui che merita di esser dimenticato dai posteri ma della politica che lo ha partorito e che rischia di partorirne ancora altri come lui, uomini soli al comando che, senza competenza alcuna, senza cognizione di causa, non intaccheranno mai la visione unica di chi li supporta, ma che anzi agevoleranno i progetti dei loro referenti, vedi, nel caso specifico del Vesuviano, la Busvia del Vesuvio, che forzosamente definita ecocompatibile, scalpita alle porte di una Strada Matrone chiusa ancora al pubblico dal 2017; oppure i lavori per la ciclopedonale che hanno preferito il versante che va da San Giuseppe a Torre Annunziata dove il bacino elettorale è più cospicuo o la faraonica opera della funivia, che pare ora debba alimentare il turismo e la clientela ancora una volta dal versante boschese, tanto caro al presidente e in barba ai più elementari principi di salvaguardia della natura e in virtù del turismo monocolturale e monoculturale del Gran Cono.

Che dire di più, che la meglio gioventù e i meglio intellettuali vesuviani si son venduti per quattro spiccioli al potere? Anche! C’è poi chi si ostina ancora a vedere il bicchiere mezzo pieno, e lo fa perché conta di riempierlo fino all’orlo con faziosità e interesse personale, ma il tempo è galantuomo e annullerà tutto, compresi noi che siamo poca cosa e che, nel bene come nel male, facciamo parte di questo mondo, ma se l’uomo è debole, la natura è invece forte e supererà da sola il male che le abbiamo fatto e che le stiamo ancora facendo, e del resto non rimarrà alcuna memoria.

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