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L’istruzione è un bene prezioso e desiderabile (foto di C.Teodonno)

La conoscenza sopra ogni cosa, la cultura sopra ogni guerra; ottant’anni di pace nell’Europa occidentale dovranno pur significare qualcosa e quel qualcosa è rafforzato anche dagli scambi scolastici, che ogni anno avvicinano i giovani a un’idea sempre più condivisa di Europa.

“La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri.” Hannah Arendt

“Tu ragazzo dell’Europa. Tu non pianti mai bandiera” Gianna Nannini

Non sono onnisciente, non capisco un granché di geopolitica o, quanto meno, non pretendo di saperne più di chi la mastica quotidianamente, non lavo la mia coscienza nel pantano di facebook e non ho sempre la parola pronta, soprattutto quando sulla ragione prevale l’emozione.

Sono un prof e lavoro con i giovani, cresco e imparo con loro e da sempre, sin dall’università, l’ho fatto a stretto contatto con colleghi e studenti di altri paesi. Questo ha sempre rafforzato in me un senso di condivisione, di comunione di visioni e di sentimenti, sì i sentimenti, quelli che tutti hanno ma che nessuno osa mostrare.

Ho imparato a coltivare un senso di appartenenza più ampio di quello di provenienza, e anche oggi alla tenera età di cinquantaquattro anni inoltrati mi sento ancora un ragazzo dell’Europa, così come lo cantava Gianna Nannini tanti anni fa.

Prima col Comenius, e oggi con l’Erasmus plus, mi trovo nell’importante compito di condurre le giovani generazioni, direttamente o indirettamente verso un concetto più ampio e più alto di Europa, un concetto di fratellanza che travalica quello religioso ed ha molto di civico, l’Europa non è un’entità geografica, non è un’entità sovranazionale che produce tasse e vincoli ma l’Europa è, e deve essere, un sentimento presente in ognuno di noi e per questo, come docente, ma anche come padre e cittadino, porto avanti questo sogno.

I miei figli hanno una coscienza europea perché, prima viaggiando con noi, ma soprattutto da soli con l’Erasmus, hanno conosciuto, vissuto e lavorato in altri paesi e per questo non si sentono solo italiani ma si sentono europei. Avere radici non significa non poterle spostare, e per i giovani questo è ancora più facile perché le loro sono meno profonde delle nostre, e le radici possono attecchire, se ben trasportate, anche altrove e trovare lì terreno più fertile e condividere in altri contesti il nostro patrimonio culturale, perché la ricchezza si condivide, non la si fa ristagnare nel proprio provincialismo. Lasciare la propria famiglia non deve essere uno strappo, lasciare la propria famiglia per crearne una nuova è un qualcosa di naturale e quindi non vuol dire che abbandonare le proprie origini sia un qualcosa di sbagliato, ma è un modo per diffondere il seme delle conoscenza altrove perché la condivisione è vita.

Ecco perché, quando vedo i ragazzi ucraini andare al fronte per l’assurdità della guerra soffro, perché vedo i nostri ragazzi, vedo i volti di tanti ragazzi visti a Napoli come a Praga, ad Amburgo come a Valencia e non posso accettare che quel meraviglioso sogno che è l’Europa possa svanire sotto le bombe di uno sciovinismo tanto inutile quanto anacronistico ma che continua a resistere in virtù di interessi oligarchici mascherati da stupida ideologia. Vedo i giovani di Mosca che manifestano contro la guerra e penso ai loro connazionali che per quattro soldi vanno ad uccidere altri loro coetanei e non riesco a trovare ragione alcuna in tutto ciò.

La propaganda non può giustificare tutto, l’egoismo di un omuncolo non può pregiudicare il progresso dell’umanità, l’Unione Europea ha dimostrato, che malgrado tutto, è riuscita a mantenere la pace per ottant’anni e l’interesse di pochi non può prevalere sulla naturale propensione dell’uomo ad essere migliore di quello che è.