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Fuoco criminale

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Fuoco tra le sterpaglie di un terreno incolto (foto di Ciro Teodonno

… e fu così che una coltre di bava estinse gli ultimi fuochi della dignità!

Durante l’incendio del 2017 si parlò in maniera fulminea di attacco criminale, senza indagini in corso e senza per altro mai dimostrare l’essenza e la consistenza di tali affermazioni. Soprattutto non fu mai dimostrata la ragione del presunto atto doloso che avrebbe colpito il Parco Nazionale del Vesuvio. Fu solo trovato il capro espiatorio ma senza per questo poter spiegare ragioni ed estensione di quel disastro che aveva distrutto la metà della superficie boschiva dell’area protetta. Ma allora chi sono i veri colpevoli di ciò che continua ad accadere ancora oggi alle falde del Vesuvio?

I criminali, sì ma chi sono questi criminali, chi è il vero colpevole di un incendio? Spesso, quando si usa questa parola, questa perde il rango di sostantivo e prende quello di locuzione perché l’incendio è, secondo il senso comune, sempre un incendio doloso, e non un incendio e basta. Questo accade senza per altro capire la differenza tra dolo e colpa, offrendo così le più svariate ipotesi per giustificare il rogo perché, agli occhi dei più, l’incendio ha sempre un colpevole e non esiste il fuoco spontaneo.

Al di là del fatto che il fuoco spontaneo ovvero l’autocombustione esiste, e può innescarsi chimicamente in talune situazioni, anche un fulmine può scatenare un incendio, ma può accadere anche meccanicamente là dove, ad esempio i cocci di vetro, in grande abbondanza lungo le nostre strade, possono fare effetto lente di ingrandimento, ma possono esserci anche le cicche di sigaretta, le marmitte catalitiche, le faville di un barbecue, l’improvvida pulizia di un fondo e tutta una serie di eventi colposi che quasi mai vengono tenuti in considerazione, neanche là dove una forte antropizzazione e le condizioni meteo lo giustificherebbero. Forse perché eventi giudicati tanto stupidi da preferire quelli dolosi alla colpa di un imbranato qualsiasi o all’ineluttabile sporcizia delle nostre strade e delle nostre campagne e, di conseguenza, una colpa in buona parte anche nostra, se non altro come muti e assuefatti spettatori dello scempio ambientale.

Vuoi mettere poi il vanto di saperla lunga, di conoscere i fatti, non perché vissuti direttamente ma perché comodamente letti nella Rete o perché spinti da un insopprimibile luogo comune? In effetti ancora oggi c’è gente che afferma con assoluta certezza la veridicità della leggenda metropolitana dei “gatti kamikaze” che, per quanto smentita da stampa e autorità, continua ad essere estremamente ammiccante per chi ama credere nelle eminenze grigie della “SP.E.C.T.R.E.” di turno. E in effetti c’è chi alza il tiro e afferma di sapere per certo che gli stagionali, i proprietari dei Canadair, i pastori, i palazzinari e le ecomafie sono i veri colpevoli degli incendi o, come sta accadendo in questi giorni a Roma, i colpevoli di turno sono i rom! Certo “i zinghiri”! Un jolly sempre valido per ogni evenienza e trasversalmente riconosciuti come il male assoluto che vaga per le nostre città.

Lungi dal negare suddette eventualità che, come molte leggende, hanno spesso una base di verità, ma il discorso incendi andrebbe più opportunamente calato nelle realtà locali e senza pertanto intricarsi in facili generalizzazioni, capendone veridicità e consistenza. In questo modo si capirebbe che gli stagionali e i pastori non lavorano più sul Vesuvio, che i Canadair sono tutti dello stato e che, nel Vesuviano, al netto delle distrazioni istituzionali, non si poteva costruire ben prima della costituzione del Parco Nazionale.

Da noi al sud c’è inoltre la tendenza ad indicare la camorra come causa di molti incendi, soprattutto se legati ai rifiuti, solo che, dire camorra, senza fare nomi e cognomi, è come dire tutto e niente, riempendosi ancora una volta la bocca d’aria fritta. Peggio ancora quando più che la camorra, che pure ha fatto danni irreparabili al territorio, oggi, il legame tra incendi e rifiuti è quello della nostra mafiosità, quella che nega, talvolta per ignoranza, talvolta per mero opportunismo, la stretta connessione tra i roghi dei rifiuti e la nostra economia sommersa.

Rapportandoci quindi al nostro contesto vesuviano, possiamo dire che il grande incendio del 2017, ma anche quelli del 2016, del 2015, del 2010 e tutti quelli che in maniera più o meno estesa si sono susseguiti fino ad oggi, hanno cause che non vanno ricercate esclusivamente nel dolo o nella colpa dei vesuviani ma anche tra le responsabilità di autorità che mal gestiscono il territorio, che non pianificano una seria prevenzione, non bonificano e non fanno bonificare le aree rurali e boschive e che basano il loro lavoro quasi sempre sulle carte e sulla diffusione propagandistica della loro azione burocratica, senza tra l’altro avere una reale conoscenza di ciò che amministrano.

Il risultato è un territorio in balia di alluvioni, frane e smottamenti in inverno e di fiamme e siccità durante l’estate. Ecco perché, come spesso accade davanti a un disastro, il politico di turno mette le mani avanti e parla di attacco criminale e di dolo, perché sa di sfondare la porta aperta del luogo comune, ben spalancata dal nuovo bar dello sport dei social e da una stampa spesso adeguata al contesto. Sa che questo modo di fare gli permetterà di essere scagionato, almeno a furor di popolo, dalle sue reali responsabilità e che lo stesso popolo si sentirà libero dalle sue di responsabilità, dirette ed indirette, rispetto alla medesima problematica.

Chi è il criminale quindi?

Quello che viene paventato ad ogni incendio e che quasi mai verrà individuato, o coloro che in pieno cambiamento climatico, davanti a grandi periodi di siccità, in zone densamente popolate continuano ad agire come se il problema degli incendi possa essere una normale pratica da esperire?

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