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La logica della curva

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LA curva di uno stadio (foto fonte web)

Gli ultimi eventi della Sea Watch 3 e la consueta divisione in fazioni contrapposte mette ancora una volta in risalto la separazione di un Paese in cerca della sua identità. Ma con quali presupposti? Ma soprattutto, con quale risultato?

L’attuale governo, al netto degli opportunisti e delle anime belle, incarna la riscossa dalle frustrazioni di tutti coloro che non hanno saputo dare una svolta alla loro vita, quanto meno a quella politica. Gente sempre alla ricerca del nuovo che avanza, gente delusa dalla sinistra e dalle sinistre e gente convinta che l’uno valga l’altro ma che non ha ancora deciso se astenersi o meno dal voto, ma chissà perché, poi, vota sempre a destra o giù di lì. Questo modo di agire, più che dal raziocinio, è supportato dai diktat di chi li dovrebbe rappresentare, se non da vere e proprie bufale, talvolta diffuse ad arte e con consapevolezza, molto spesso condivise come verbo assoluto. Tutto ciò ha il pregio di far sentire queste persone padrone delle proprie scelte e al centro delle decisioni del paese, e questo è un punto. In altre parole, da’ loro un sogno e ti seguiranno, di’ loro la verità e ti odieranno.

Ma il vero problema, a mio modesto parere, è di natura morale, poiché le questioni di cui sopra sono vecchie quanto il mondo e comuni anche ad altri paesi ma è qui da noi che, con enfasi tutta mediterranea, pare che si facciano sempre gli stessi errori commessi in passato e si cerchi ancora di scimmiottare personaggi e situazioni della nostra storia mai messi definitivamente da parte nell’armadio dei ricordi e della vergogna.

L’impressione che dà la politica attuale è quella di uno stadio, ed in effetti l’acriticità che si riscontra in chi vota Lega e Movimento Cinque Stelle è emblematica e rasenta il fanatismo ma, mentre il leghista salta sul carro del vincitore, chiunque esso sia, il pentastellato è invece diverso. Il grillino, soprattutto quello di vecchia data, ha una sua storia e una sua dottrina, spesso di estrema sinistra, e a tratti anche condivisibile, come possono essere condivise tante parti dei programmi elettorali dei partiti lungo tutto lo Stivale ma, la diffusione capillare attraverso il web è stata, ed è ancora, la vera novità e l’arma vincente del M5S o di chi ne segue ancora la scia. La vera differenza, dalla politica 2.0 del PD e quella del M5S è quella di un sostrato populista su cui questi ultimi basano la loro forza. Un populismo trasversale che mette assieme i dogmi politici di destra e quelli di sinistra, sollevando, dai meandri più oscuri della nostra storia, paure ataviche che pensavamo non esistessero più e che danno più enfasi agli atti di chi ne diviene vittima.

Il leghista è carta conosciuta, è il fascistoide del paese, è quello i cui genitori votavano fiamma tricolore o la DC di una volta, per poi passare, in epoche più recenti, a Forza Italia ed approdare definitivamente alla corte padana e sentirsi neoborbonico al contempo; tanto non c’è incoerenza che tenga davanti al consenso della massa, così come accade appunto allo stadio, là dove il connubio tra calcio e politica è tanto radicato quanto assurdamente reiterato.

Caso ben più complesso è quello del M5S, nato, come s’è detto, con buoni e spesso condivisibili propositi, che però, come spesso accade, ha ben presto perso, proporzionalmente alla sua istituzionalizzazione, smarrendo il rapporto con la base nel momento in cui acquisiva consistenza nazionale. Non che non fossero mancati gli svarioni populisti, anzi, ce ne sono stati (e ce ne sono ancora) a iosa, man mano che si palesava il tutt’altro che casuale accordo con la Lega. L’impegno iniziale è stato commovente ma, come spesso accade in questo paese, tutto, prima o poi, viene sporcato da quell’opportunismo, spesso ammantato di contingenza e che legittima ogni scelta, compresa quella più antitetica e, il proverbiale tengo famiglia giustifica tutto, anche ciò con non è giustificabile.

L’apparato mediatico del M5S, benché questi lamentino ancora una censura da parte della stampa e il veto di una RAI fisiologicamente supina al potere, e quindi ora subalterna anche alle loro di scelte, è tra i più potenti presenti nel paese ed è appunto quello legato al web; non mi riferisco solo alla Casaleggio e Associati che già basterebbe, ma i post del Movimento, ben studiati e ben indirizzati, dal messaggio semplice e chiaro e basati soprattutto sul luogo comune, sono diffusi da milioni di internauti convinti della loro giustezza, ed è questa la loro grande forza, quella delle motivazioni, quelle che trasformano in attivista ogni simpatizzante; se poi c’è pure qualche pseudo intellettuale pronto al saltare sul carro e dar man forte, facendo il proverbiale gallo sulla monnezza, ancora meglio.

Davanti però a tanta demagogia, tanta frustrazione mal riposta, tanta acredine verso gli ex compagni di partito; forte di una nuova verginità politica, l’elettore dei 5S avanza compatto lungo la sua strada, quella che lo farà confluire definitivamente nella Lega e senza per questo rendersene conto o provarne eventualmente imbarazzo, convinto delle sue certezze senza sfumature e davanti ad un’alternativa a cinque stelle priva di quelle concretezze che possano salvare le capre e i cavoli delle promesse elettorali, perché è la forza della maggioranza che lo farà sentire nel giusto, non le sue convinzioni, non la sua eventuale coerenza politica.

Il problema non è quindi solo politico, ma di appartenenza! L’elettore italiano dell’attuale centro destra, quello dell’attuale governo, anche quello che una volta votava comunista, ha bisogno di certezze e queste certezze le dà solo la compattezza della massa e l’esenzialità del messaggio, univoco come quello della la curva di uno stadio. Contrariamente, l’elettore tipo di centrosinistra, è quello che cerca la sua identità nel papa straniero, quello che cerca qualcuno che lo legittimi e lo faccia sentire al centro del mondo più che del suo paese, o che gli dia un’identità che ha ormai perso da tempo o ancora per non guardare i guai che abbiamo a casa nostra e che magari glieli risolva pure. Da Kennedy ad Obama, da Zapatero a Tsipras, da Greta Thunberg a Ska Keller, da Carola Rackete a chissà chi altri ancora, non è capace più di trovare una sua identità e una sua originalità; ha bisogno di simboli e di certezze anche lui.

Infine, come tifo comanda, e al netto degli ipse dixit scambiati come informazione attiva, le problematiche del paese sembrano esser state ridotte a pochi ma fondamentali situazioni dogmatiche: la TAV, i migranti, il reddito di cittadinanza, l’infamia della Francia e dell’Europa, ma i veri problemi, quelli della stratosferica spesa pubblica, quello dell’evasione fiscale più alta d’Europa, ma soprattutto quello della corruzione e della delinquenza organizzata, pare che non esistano e non se ne debba più parlare.

Sarà forse che in un paese dove la mafia è declinata in tutte le sfumature possibili, sia più facile puntare il dito su una donna che salva vite umane in mare, che puntarlo su noi stessi, la nostra ipocrisia, la nostra ignavia o la nostra mafiosità!