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Napoli morirà sotto il peso del suo luogo comune …

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Inutile richiamo normativo davanti all’entrata dell’ex libreria Guida a Port’Alba (foto fonte web)

… perché sta perdendo la sua anima in virtù di un turismo di massa che dovrebbe giustificarne un successo però limitato a pochi e nel tempo.

Anni fa passando per Port’Alba in cerca di libri fuori catalogo mi accorsi che la libreria Guida era chiusa, mi accorsi subito che non era una chiusura temporanea; manifestini e scritte vandaliche indicavano che era passato un bel po’ di tempo, chiedo conferma della cosa ad un libraio che stava di fronte all’antico esercizio e con il volto di chi stava a lutto mi confermò la chiusura della storico esercizio, nonché casa editrice ma anche molto di più.

Mi conferma che la crisi mieteva quotidianamente vittime e reggere il passo con la concorrenza della grande distribuzione e dell’ecommerce incominciava ad essere sempre più difficile e soprattutto, la gente, non leggeva più.

La Saletta Rossa all’interno delle libreria Guida (foto di C.Teodonno)

Guida non era solo libri ma anche manifestazioni culturali, era un punto di riferimento per l’editoria locale ma nel mio animo non poteva che essere quella saletta rossa presso la quale avevo assistito a tanti eventi culturali e dove un giorno ebbi anche l’occasione di presentare come relatore il libro di un amico. Io, misconosciuto giornalista di provincia nella saletta rossa dove per decenni erano passati i migliori intellettuali partenopei.

Ora non voglio entrare in disquisizioni economiche, non voglio pormi e porvi il problema delle logiche di mercato alle quali sottostiamo ma vorrei solo capire se sia giusto vendere la propria anima in funzione di questa stramaledettissima economia, quella che da sempre regge il mondo ma che allo stesso tempo lo corrompe. Sì, è vero, le librerie che chiudono sono esse stesse attività economiche ma è possibile darvi un valore aggiunto che non sia solo ed esclusivamente quello del denaro? Come differenziarsi poi dalle altre capitali culturali europee se ci si comporta esattamente come tutti gli altri, riducendo il nostro centro storico ad una Disneyland in miniatura dove, tra una pizzeria e l’altra, si alternano fast food, centri scommesse e negozi di chincaglierie e souvenir pseudo partenopei e made in China? A Parigi lungo la Senna ci sono i famosi bouquinistes ma anche a Madrid sulla Cuesta de Moyano esistono le tradizionali bancarelle che vendono libri nuovi, usati e rarità; tutto ciò è tutelato eppure sono molto meno che negozi ma da noi no, questo non si può fare.

Il napoletano, si sa, è spesso acerrimo censore dei difetti della sua città, ma guai a parlarne male! E se a farlo è uno di fuori; ne difenderà anche i suoi lati più indifendibili, ne intesserà lodi reali ed immaginarie ma purtroppo farà ben poco di concreto per proteggerla; perché non è facile farlo ed accetterà il dato di fatto di un’economia globalizzante e ne sarà lui stesso parte, una realtà dove prevarranno i negozi del franchising della grandi marche e delle multinazionali ed assisterà rassegnato se non indifferente alla chiusura delle botteghe storiche e alla scomparsa di quegli artigiani che hanno reso famosa Napoli lungo tutto lo stivale ed oltre; e di tutto ciò rimarrà solo un nome che sbiadirà gradualmente nella mente di chi ha avuto la fortuna di conoscere quel mondo.

E così via: Treves a via Roma, Van Bool & Feste e De Magistris a “piazza Borsa”, Annicchino a corso Garibaldi, Loveri a via San Sebastiano Pisanti a Mezzocannone, Abronzino al Vomero, ma ancora Loffredo in via Kerbaker, De Vito a via Toledo, Buonanno in piazza Trieste e Trento, Caflisch a Chiaia, sono questi soltanto alcuni dei nomi dei negozi storici che hanno chiuso ma altri ancora, famosi o meno che siano, lo faranno o non navigheranno in buone acque e, benché si istituisca una formale lista di tutela, questa non arresterà l’invasione qualunquista del turismo di massa e delle sue necessità ma soprattutto prevarrà l’offerta di servizi e prodotti non più unici ed artigianali ma presumibilmente speciali solo perché comprati a Napoli; ma una Napoli come potrebbe essere Venezia, Roma o Firenze e non la città unica che vorrebbe essere e che vorrebbero essere anche le altre.

Napoli rischia anch’essa di perdere la sua anima per cambiarla con una presunta identità da cartolina e potrà salvarsi solo da dentro, dalla coscienza dei napoletani di quello che si è e si vuol diventare, dal pensare prima a se stessi come cittadini e poi ad un turismo che diversamente darà poco a pochi e non arricchirà di certo una città fin troppo povera di infrastrutture e progettualità degni di questo nome.

Tutto ciò vale per il commercio ma vale anche per tutto il resto, per strade e trasporti, per la pubblica sicurezza, per l’igiene urbana da terzo mondo che ci troviamo, vale per chi non si chiude dentro una cultura da wikipedia decantando le bellezze di un passato remoto e chiudendo le porte ad una città possibilmente più vivibile. Non sarà l’ammettere le sue contraddizioni che salverà Napoli e i napoletani ma l’acquisizione di maggiore consapevolezza attestata dalla propria quotidianità e non comprovata da una serie televisiva che esalta eccessivamente i vizi o le virtù di Partenope; anche perché sarebbe troppo facile farlo ma, nella verifica di tutti i giorni, farà più male a noi che ai turisti che, sì, vengono ma poi se ne vanno e non tornano più.

Vivere Napoli non basta, bisogna meritarsela!