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San Giorgio a Cremano: Piazza Municipio, nuovo nome e solite polemiche

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Targa con la nuova toponomastica della già piazza Vittorio Emanuele II (foto di L.Scarpato)

La meglio conosciuta piazza Municipio cambia nome, da piazza Vittorio Emanuele II a piazza Carlo di Borbone. Enfasi dei neoborbonici e polemiche finali.

Stamattina verso le dieci, presso il municipio di San Giorgio a Cremano, si è tenuta, in pompa magna, la cerimonia di intitolazione della piazza antistante la casa comunale al capostipite dei Borbone di Napoli, appunto il re Carlo che, con illuminata lungimiranza, resse le sorti del Regno di Napoli e di Sicilia dal 1734 al 1759 quando tornò in patria per assumere la guida di un altro regno, quello di Spagna.

Le doti di Carlo sono indubbie e l’impulso del suo governo fu senz’altro un propellente per le future generazioni della casa borbonica (che alla lunga si dimostrarono non sempre all’altezza dell’illustre progenitore) e per questo val bene dedicargli una piazza; ma fin dove la sovrapposizione con Vittorio Emanuele II è stata casuale e fin dove si è sposata ancora una volta la causa neoborbonica? Si poteva dedicargliene un’altra di piazza? Magari Largo Arso, più affine ai meriti di Carlo legati al Miglio d’oro.

Commemorazione e conferenza stampa presso l’aula consiliare di S. Giorgio (foto di L. Scarpato)

Non ci è dato saperlo ma sappiamo di per certo che, con cognizioni e competenze di vario spessore, sono intervenuti in molti ad un evento che si dimostrerà più propagandistico che commemorativo, ammesso che tra le due cose vi sia una reale differenza.

Detto ciò, in presenza addirittura della principessa Beatrice di Borbone, del Sindaco Giorgio Zinno, del suo entourage, capeggiato dal promotore dell’iniziativa l’assessore alla cultura Pietro De Martino e di una corposa schiera di proseliti neoborbonici è stata scoperta la targa con la nuova toponomastica e presentato un nuovo busto di Carlo all’interno del Comune. Curiosamente il fatto che la principessa, abbia sempre ricordato il suo avo come Carlo III (numerale attribuito in quanto re di Spagna e non come re di Napoli, infatti, pur non essendosi mai definito tale, il Borbone era il VII Carlo re di Napoli) e il fatto stesso che l’attore chiamato ad interpretare re Carlo abbia poi filologicamente recitato in castigliano, ha creato un spiazzamento nelle schiere neoborboniche che auspicavano forse l’uso di un vernacolo, da Carlo mai usato.

Un ilare Carlo di Borbone da oggi presente nell’edificio comunale (foto L.Scarpato)

Il Sindaco Zinno ha tutto sommato ben rappresentato le istituzioni repubblicane pur sottolineando il giusto valore storico di Carlo di Borbone soprattutto riguardo al nostro territorio ma ribadendo il rispetto per la nuova realtà storica che da 73 anni a questa parte ci rappresenta. Ma a poco sono valse le sue giuste parole nel momento in cui, come abitudine presso i nostalgici del bengodi borbonico, si è fischiato l’inno di Mameli e Novaro. A nulla è servita la reprimenda del primo cittadino verso un gesto fin troppo abusato e, come si vede, non solo in contesti miseramente sportivi.

“Chi non è d’accordo può anche abbandonare la piazza” con queste testuali parole Giorgio Zinno ha stigmatizzato le proteste da stadio dei facinorosi neoborbonici che all’anacronistico grido di “Viva’o re” hanno più volte interrotto le parole del Sindaco che invitava tutti a cantare assieme l’inno nazionale.

Il municipio di San Giorgio e gli intervenuti all’evento (foto di L. Scarpato)

Del resto bisognava aspettarselo da chi confonde ancora una volta la pseudo-storia col calcio e chi va dietro le fake news di Fenestrelle e Pontelandolfo, riciclandole in ogni contesto repubblicano quale causa principe di malanni ben più recenti e per i quali anche le nostre responsabilità di figli del ventunesimo secolo sono ben più tangibili.

La nostalgica visione degli amministratori locali vorrà forse distogliere i presunti epigoni di Carlo da ben altre emergenze e priorità? Chissà! Ma ancora una volta, a nostro modestissimo parere, s’è persa l’occasione di evitare di cadere nel ridicolo in un paese che non è capace di fare i conti con la propria storia ed andare avanti verso la strada della modernità.