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La seconda generazione

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Corona di alloro (foto di G.Teodonno)

Le riflessioni di un plebeo che non ha ancora dimenticato le sue origini.

Ieri mia figlia si è laureata, inutile dirvi che ne sono orgoglioso, è lo sono come solo può esserlo un padre che ha una figlia che ha deciso di vivere all’estero e costruirsi un futuro lì, lontano dalla famiglia e con le sue forze e in tempi tutt’altro che rassicuranti. Ma, se ho deciso di scrivere questo articolo, non l’ho fatto per vantare le doti di mia figlia ma per lodare il mio Paese e l’Europa.

Il sottoscritto è stato il primo laureato di una famiglia agiata ma di umili origini e ha potuto far questo grazie anche a quell’ascensore sociale che dal dopoguerra ad oggi ha permesso a tutti di accedere con le medesime opportunità al mondo del lavoro e a quello dello studio, soprattutto agli studi superiori ed universitari una volta preclusi ai più. Mi è sempre andata stretta la scuola, soprattutto quando, in ambito liceale conservava, e conserva ancora, quei tratti gentiliani di fucina di una non meglio specificata classe dirigente, con quella anacronistica fissa che latino e greco formino meglio di altre discipline; effimero paravento di una cultura umanistica messa a baluardo di ogni sapere e che ci relega al di sotto della media OCSE PISA in campo matematico, scientifico e nella lettura. Ma personalmente va bene così, ci si fanno le ossa anche così, confrontandosi con se stessi anche in campo avverso.

Nonostante la mia indole recalcitrante ad ogni regimentazione sono riuscito, talvolta grazie anche a buone guide, a proseguire i miei studi, incanalandoli verso ciò che più mi era congeniale e, siccome non mi sono fatto mancare mai nulla, ho intervallato la mia vita accademica con il lavoro e una famiglia che nel frattempo avevo messo in cantiere. Ma tutto ciò non è stato un ostacolo per me e non solo per il fatto che me lo meritassi ma soprattutto perché la cultura non è mai stata in questo Paese un bene per pochi ma piuttosto un bene considerato da pochi.

La mia famiglia poteva permettersi gli studi per me e i miei fratelli ma da studente lavoratore, uscito presto dallo stato di famiglia di origine, ho potuto comunque seguire con dignità la mia carriera accademica e divenire grazie a pubblico concorso addirittura un professore. Per ovvie ragioni non ho potuto affrontare, o l’ho fatto in maniera limitata, quell’importante esperienza formativa che sono gli scambi culturali all’estero, come ad esempio l’Erasmus; esperienza che ho potuto però vivere come docente e che soprattutto l’hanno potuta vivere a pieno i miei figli acquisendo una mentalità europea e al contempo amando di più il loro paese, perché hanno potuto conoscerne, a distanza e senza paraocchi, pregi e difetti.

Altro che servizio militare! Studiare e lavorare all’estero forma più di ogni altra cosa, rende consapevoli di cosa significa gestire la propria vita lontani da casa, dalla famiglia, e calandosi nella realtà di un paese straniero, senza attenuanti e senza ingerenze familistiche o militaresche di sorta. Un’esperienza che apre la mente e allarga  gli orizzonti e che abbatte sovrastrutture che altrimenti sedimenterebbero irrimediabilmente entro i contesti di provenienza.

Il nostro Paese è quindi anche il frutto di questa democratizzazione delle carriere, là dove i figli dei contadini sono riusciti a diventare medici, ingegneri, magistrati, professori. Oggi pare che questo processo stia invece rallentando, forse perché il titolo di studio viene ancora visto come un qualcosa di cui vantarsi e non come uno scrigno di sapere e di competenza, in un paese nel quale c’è ancora chi pensa che la laurea sia il traguardo e non una delle tante tappe della vita e chi crede invece nell’università della strada. C’è anche chi però torna alla terra ma con competenze scientifiche e di marketing tali da dare nuovo slancio al settore primario.  Ci si laurea ancora poco rispetto ad altri stati occidentali, ma il nostro, pur essendo un paese manifatturiero, avrà bisogno comunque di persone istruite e competenti e con una visione che vada oltre i confini nazionali e che abbia finalmente una visione europea, dove il confronto reciproco possa essere aperto in modo che possano formarsi cittadini consapevoli e non diffusori di bufale e frustrazioni on-line.

E siamo quindi arrivati con mia figlia alla seconda generazione di laureati nella mia famiglia plebea, consapevolmente plebea, attaccata alle sue origini artigiane, priva di ogni velleità nobiliari perché cosciente che nella vita, l’unico modo per formare se stessi è col sudore della fronte e con la responsabilità delle proprie azioni e non semplicemente per nascita o appartenenza.