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Sentinelle di un bel niente

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Manifestazione a Napoli contro le “sentinelle silenziose” (foto di Dario Cotugno)

Come in una contemporanea Scena delle ingiurie, degna del miglior Roberto De Simone, tutte le contraddizioni di una città provinciale che sogna ancora di essere capitale.

Ispirato da una storia vera

Ricordo che anni fa a Napoli, in una via bene ci fu un confronto tra le cosiddette sentinelle in piedi e alcuni gruppi afferenti ai centri sociali occupati, le sentinelle stavano ovviamente in piedi, immobili lungo la via pedonale e leggevano, o sembrava che lo facessero, un libro; ovviamente facevano tutto questo in silenzio e lo facevano come forma di protesta contro la proposta di legge per le unioni civili, che contemplavano anche quelle omosessuali.

Sul fronte opposto c’erano invece loro, quei ragazzacci dei centri sociali, tutti alternativi coi capelli rasta e con le pezze di Resina addosso, in netto contrasto con le sentinelle, in abiti sobriamente eleganti e senza un capello fuori posto.

Li separavano una cinquantina di metri ma il clima era quello delle grandi sfide e man mano che la chiassosa e colorita compagine si avvicinava la tensione aumentava tra le sentinelle, qualcuno incomincia ad alzare gli occhi dal libro, altri, soprattutto le ragazze, volgevano lo sguardo verso il ragazzo più vicino, altri ancora, in una trance bibliofila continuavano a leggere con sempre maggiore intensità, quasi ad alta voce il loro testo di elezione.

Gli alternativi s’arrestano davanti ai tailleur e le giacchette attillate delle sentinelle silenziose e incominciano a prendersi gioco di loro con schiamazzi e sfottò: Ueueee! ‘O libro! Tutt’o cuntrario! Prevetariello! Ma addò v’arresecate! Scieme! Inquisitori! Robertinooo! Jesce va arrubbà va tuccà ‘e femmene! Fascistiiiii!!!!!

Nun l’avessero maje ditto! A quel punto come la falange macedone tra le fila delle sentinelle ormai non più silenziose si insinuarono tipi tutt’altro che sobri, dalle giacche sgualcite e dall’atteggiamento di chi non ha ancora digerito il pranzo, sguardo truce e volto rubicondo. Questi si interpongono in maniera alternata tra le fila dei non più assidui lettori e incominciano a ribattere alle offese o a quelle che presumono essere tali.

Comunist’e merda! Lote! Vien’accà che te scoso ‘o mazzo! Puttaaane! Ricchiooone!!!

Ora non so se fu più l’aver declinato al singolare quell’ultimo epiteto dall’etimologia assai controversa ma parve colpire sensibilmente l’immaginario della quota parte di sesso maschile dei centri sociali e l’atmosfera, prima idilliaca e scanzonata, ora diventa più tesa e il sangue sale alla testa e i maschi si spostano in prima fila: Seee?! E puorteme a soreta che le faccio vedè, io, chi è ricchione! Gridò un paffuto nerd dall’orecchino alla pirata e che sembrava particolarmente toccato dallo strale lanciato dal fronte opposto.

Sore nun tengo e a chillu posto me ne vengo rilanciò un ragazzone che, agitando le braccia e ondulando il bacino come un Elvis del Rione Alto, sballottò due sentinelle dagli occhi strabuzzati e dall’espressione di chi avrebbe voluto stare agli antipodi di quella situazione.

Chiavete ‘a lengua ‘nculo frate d’o cazzo! Esordì un giovane alto e barbuto dall’altra parte e con grave disappunto delle due ragazze che gli stavano vicino e che sembravano conoscerlo: “Ma nun è che dobbiamo scendere per forza al loro livello” – disse una delle due con i lunghi dreadlock fermati da una fascia amaranto – “Jessica – rispose lo spilungone – “Me pare ‘a sora da fessa! Chillo sposta e io m’aggia sta pure!?”- lei obiettò -“E che t’a ditto ‘e strano, ricchione? E nuje pe chesto stammo ‘ca pe’ cumpagne nuoste gay!”- lui sentenziò – ”È aggio capito ma chillo m’ha chiammato ricchione! – e, rivolgendosi di fronte – Chella bucchina ‘e mammeta! Chella, mammeta è ‘na zoccola! Zoccola hai capito o no? Fa’ ‘a puttana ‘ncoppa ‘a 7bis!” Così proseguì inveendo contro l’altra compagine che non fu da meno.

Mammeta è ‘na cessa! E soreta fa ‘e chionze, viene accà si sj ommo! Famme vede che saje fa!

Ora veramente accummencia la muina pensai tra me e me e se ne accorsero pure i poliziotti in tenuta antisommossa che fino a quel momento si erano goduti lo spettacolo con particolare ed ilare interesse.

La distanza tra i due gruppi si era ridotta, solo che ora la disputa era tra i maschi dei due schieramenti oramai quasi a contatto tra loro e separati solo dalle divise blu della polizia; c’era un gran baccano che rendeva incomprensibile ogni parola e si capiva solo che erano urla. In compenso si vedeva un grande agitare di braccia, da un lato saluti romani, dall’altro pugni alzati e ad ambo i lati gesti da stadio come una sorta di colpo di karate come se si volesse inviare qualcosa a qualcuno e il gesto della mano vicino alla bocca a mo’ di urlo come se si volessi inviare un messaggio a chi sta a centinaia di metri di distanza.

Nel frattempo le sentinelle si erano dileguate alla chetichella ma una soltanto resisteva indomita nella lettura ad alta voce del suo Rilke, trasmettendo con la mimica facciale un pathos che non si capiva se frutto della lettura o della scabrosa situazione che l’attorniava. Dall’altra parte le ragazze dei centri sociali si confrontavano sul da farsi, innervosite per la loro impotenza.

Nel frattempo il pomeriggio era diventato sera e chi aveva la ritirata o l’appuntamento con la ragazza, lo spritz, o la discoteca più tardi era già scomparso nel nulla, solo quattro gatti erano rimasti, erano i più irascibili dei centri sociali che dialogavano animatamente con i poliziotti indicando un avversario che già non esisteva più.