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Verde speranza

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Il Vesuvio dalla Via Matrone

Il 24 luglio c’è stato un’importante incontro lungo la via Matrone, storica strada che conduceva al Gran Cono dal versante di Ottaviano. L’incontro ha visto la partecipazione di docenti universitari e professionisti nell’ambito delle scienze agrarie per affrontare la gravosa problematica degli incendi boschivi e con particolare attenzione a quello del luglio 2017. 

Per risolvere un problema bisogna affrontarlo e per affrontarlo bisogna conoscere bene quel problema. Tanto sagge quanto scontate parole, e puntualmente disattese da chi ci amministra e da chi dovrebbe informare e che invece si accontenta di un’immagine da lontano e quattro informazioni di seconda mano.

Visita tecnico-didattica sui soprassuoli percorsi dal fuoco dell'estate 2017

[VIDEO] Visita tecnico-didattica sui soprassuoli percorsi dal fuoco dell'estate 2017

Pubblicato da Vesuvio News su Giovedì 25 luglio 2019

Già dalle prime settimane del post incendio del 2017 c’era chi, abituato più alla frequentazione dei social che a quella del territorio, plaudiva la comparsa dei primi germogli tra le ceneri, senza per questo informarsi del perché accadesse ciò e se quello fosse un elemento positivo o meno. Del resto, se non c’è la notizia, nel migliore dei casi, la crei ad arte, nel peggiore te la commissionano, così come forse è accaduto negli ultimi tempi quando qualche testata locale si è rimpallata la presunta notizia di una rinascita vegetazionale sul Vesuvio attestabile secondo qualcuno dalle macchie verdi viste da lontano.

Da lontano, appunto! Se ci si fossero avvicinati almeno un po’ all’oggetto del loro interesse, avrebbero potuto notare la completa distruzione dell’area boschiva di Colle Umberto e le vaste aree completamente bruciate della Valle dell’Inferno e del Versante sud orientale nonché gli oltre 3.200 ettari andati in fumo due anni fa. Se ci fosse stata un minimo di onestà intellettuale avrebbero contattato chi ha studiato il caso, ma si sa che non importa ciò che è, ma quel che sembra.

Ad ogni modo la visita tecnica-didattica di giovedì scorso è stata molto interessante anche per i non addetti ai lavori, condotta in prevalenza dal Professor Antonio Saracino del Dipartimento di Agraria della Federico II, che ha messo in luce con estrema chiarezza le dinamiche del post-incendio, ha visto poi il susseguirsi degli altrettanto interessanti interventi di altri professionisti quali quelli del Dottor Luigi Saulino, del Dottore Forestale Silvano Somma e della Dottoressa Emila Allevato. Ciò che è emerso da questo importate incontro sul campo è che, a due anni dal disastro, le estese aree di bosco di pino domestico sono quelle che hanno subito il danno maggiore, innanzitutto perché la zona in questione, ovvero l’areale sud orientale, era un’estesa e fitta pineta di rimboschimento dove, per ragioni di assestamento e contenimento dei ripidi versanti, si era piantato, a partire dal 1910, il pinus pinea. Malauguratamente è proprio in quel luogo che l’incendio ha avuto la su massima evoluzione, trasformandosi in pochi minuti in un gigantesco incendio di chioma, carbonizzando migliaia di pini come se fossero fiammiferi. La presenza sulle cortecce di strati di melata dovuti alla cosiddetta cocciniglia tartaruga, insetto che attualmente infesta quel che resta delle pinete vesuviane, ha reso ancora più rapido il propagarsi delle fiamme.

Anche la famigerata rinascita spontanea del dopo incendio non è purtroppo da attribuirsi ai pini bruciati e neanche alla rinascita di altri esemplari, ancora troppo piccoli per essere apprezzati dall’altra parte del Golfo ma all’esponenziale sviluppo di piante infestanti quali l’ailanto e soprattutto la robinia. Quest’ultima, di per sé pianta molto tenace, ha, contrariamente ai pini domestici, una alta resilienza nel post-incendio ed è lei che sta soppiantando le specie autoctone con grave danno a quella biodiversità che rendeva unico il Parco Nazionale del Vesuvio.

C’è da aggiungere a tutto ciò che le pinete già danneggiate dalle fiamme, ma non completamente distrutte, sono state attaccate da varie forme di parassiti che, avendo trovato abbondanza di piante morte, sono proliferati in maniera esponenziale come ad esempio il blastofago, attaccando le piante leggermente danneggiate dal fuoco ma anche quelle sane e aggravando ulteriormente la situazione.

La cruda realtà è purtroppo questa, accompagnata dal fatto che l’azione diretta bonifica del bosco sarà di soli 80 ettari di cui 30 messi a rimboschimento e questo in rapporto agli oltre 3.200 ettari colpiti in vario grado dall’incendio e i quasi 8.000 ettari di parco nazionale.

La speranza di riavere il nostro parco verde come prima è l’ultima a morire ma questa da sola non basta, ci vogliono azioni decisive e non solo di facciata perché, come vuole l’andante partenopeo, chi ‘e speranza campa, disperato more!