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Benvenuti nel luna park del Vesuvio

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Il Vesuvio visto dalla funivia del Faito (foto fonte web)

La paventata funivia voluta da Parco Nazionale ed Ente Autonomo Volturno sembra fare un altro passo in avanti con l’annuncio, da parte del sindaco di Ercolano, dell’approvazione del progetto di una cabinovia. Ancora acciaio e cemento per promuovere la stagnante offerta turistica locale, mistificando al contempo il concetto di area protetta.

Speravamo che le riserve del direttore del Parco Nazionale del Vesuvio, quelle di verificare, in via preliminare, la sostenibilità ambientale e la fattibilità tecnica, economica e finanziaria della funivia, relegassero quest’ennesima opera faraonica nel cassetto dei sogni della politica locale a far compagnia ad altre simili iniziative, ma invece no! L’ambientalismo di facciata continua a guadagnare terreno in virtù di un non meglio specificato sviluppo economico e andando di pari passo con questa fantomatica transizione ecologica, concetto ormai inflazionato come quello di sostenibilità e resilienza, vuote parole colmate solo dal provincialismo e dal clientelismo che ci caratterizza.

A detta del sindaco Buonajuto, pare che stavolta si faccia sul serio perché, in un suo post su Facebook, afferma che ci sarebbero infatti anche i soldi per il progetto definitivo dell’opera ma, 700.000 euri, come direbbe Totò, a noi ci fanno specie, perché questo progetto viene finanziato dal Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibile che, assieme al Ministero della Transizione Ecologica detiene la holding della SOGESID, già progettista del “Grande Progetto Vesuvio”, fantasmagorico progetto che avrebbe dovuto risollevare le sorti del PNV dopo il disastroso incendio del 2017. Ciò ci induce a pensare, visto l’iter e visti anche i sostanziosi stanziamenti comunitari del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) che tutto ciò non si risolva che in un ennesimo e cospicuo regalo alla partecipata di turno più che la reale intenzione di realizzare la cabinovia.

Sembra del resto evidente, o quanto meno dovrebbe esserlo ai più, che una funivia, così come una cabinovia, non apporterebbe alcun beneficio economico, né tanto meno ambientale, ad un territorio di per se martoriato da anni di abbandono. La capacità di una decina di turisti per cabina, sul lungo percorso immaginato dal progetto (Pugliano-Quota 1000), cozza con la situazione attuale del flusso turistico su gomma che, per quanto ridimensionato dal covid, viaggia ancora nell’ordine delle migliaia di unità al giorno. A ciò, in risposta a chi immagina un’auspicabile quanto difficilmente realizzabile riduzione degli automezzi lungo la Strada Provinciale che attraversa la riserva integrale fino al Gran Cono, andrebbe valutato l’impatto che questa cabinovia potrebbe avere su di un’economia che si regge proprio su quel flusso continuo di turisti e che fino ad oggi ha alimentato anche l’indotto di Quota 1000; ad oggi però, nessuno ha mai avuto il coraggio di affrontare seriamente questo fattore che in certi casi è stato addirittura incentivato, come per quanto riguarda la “Busvia del Vesuvio” che pende ancora dal punto di vista contrattuale e che prima o poi dovrà riprendere dopo la riapertura della Strada Matrone.

È pertanto nostra speranza che tutto ciò si areni come è accaduto in passato, poiché, come dovrebbe esser noto, non dico al sindaco di Ercolano, che da tempo ha dimenticato le criticità ambientali del suo territorio, ma almeno all’ente parco poiché: il Parco Nazionale del Vesuvio è un’area protetta e non un parco giochi.

Infatti, senza contare i seri, enormi e irrisolvibili problemi paesaggistici, che scaturirebbero dalla realizzazione di questa cabinovia su di un Vesuvio famoso in tutto il mondo anche per il suo profilo e che risulterebbe radicalmente modificato qualora pervaso da piloni, cavi, vie d’accesso alle strutture e di percorrenza della stessa, con relativo disboscamento, ce ne sono di altrettanto gravi ed irrisolvibili anche dal punto di vista ambientale.

Infatti, quei piloni e quei cavi aerei rappresenterebbero una barriera mortale per gli uccelli veleggiatori come ad esempio il corvo imperiale, le cicogne e i rapaci in genere. Inoltre il percorso della cabinovia coincide proprio con la rotta di ingresso dal mare dei rapaci migratori che giungono dall’Africa in primavera per venire a nidificare in Europa, tra questi il falco pecchiaiolo, il biancone, il falco di palude, l’albanella reale e la poiana; ai quali si aggiungono poi cicogne e aironi. Arrivano da mare all’alba o durante il giorno e, sfruttando la brezza di mare, risalgono la valle per arrivare in quota e da lì dirigersi a nord est.

Il Vesuvio rappresenta un luogo di fondamentale importanza per questi animali, molti dei quali tutelati dall’allegato 1 della Direttiva “Uccelli” della rete Natura 2000, una norma comunitaria di tutela ambientale, e come ulteriormente sancito da anni di attività di monitoraggio svolti, e ancora in essere, dall’Università Federico II.

L’idea di area protetta è sempre stata venduta dai suoi detrattori come luogo di vincoli, un contesto dove lo sviluppo locale è stato rallentato dalla presenza del parco nazionale, ma la tutela ambientale dello stesso parco e ancor meno quella delle amministrazioni locali, non ha di certo arrestato lo scempio del territorio vesuviano, entrato a pieno titolo nella “terra dei fuochi” per la presenza di 5 discariche storiche, alcune addirittura riaperte durante le varie “emergenze rifiuti”; migliaia di micro-discariche illegali ancora oggi attive; siti di “stoccaggio provvisori” ed “isole ecologiche”. A ciò aggiungiamo l’abusivismo edilizio; il bracconaggio; le moto e tutta una serie di attività che hanno voluto l’area protetta come un luogo esclusivo, privato, personale, insomma un parco giochi per pochi e non un patrimonio comune da condividere tutti in egual misura; un luogo dove non è possibile entrare senza permesso ma dove qualcuno può usare a suo libero piacimento le ruspe.

Quindi lo sviluppo economico c’è stato e c’è ancora: sommerso, illegale ma reale, e con tutte le criticità del caso. Ecco quindi che su questa linea di pensiero e con interessi ben delineati, stanzia la solita politica che prova, se non ancora nei fatti, a sancire l’idea di un parco nazionale come un vero e proprio luna park, con tanto di cabinovia come si fa a Disneyworld.

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