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Cronache dalla quarantena #4

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Napoli dal Fosso della Vetrana (foto di Ciro Teodonno)

(Oggi) Ventiquattresimo giorno di stasi apparente, ventiquattro giorni del mio personalissimo e incompleto diario. Giorni in cui, come un’ameba, l’epidemia ci accerchia sempre più, mettendo in discussione ogni nostra certezza. Ma c’è per fortuna chi non si arrende perché sa che siamo uomini e non caporali!

Giorno 24

“Perché lo stato spende centinaia di volte più denaro nell’insegnare l’arte di uccidere che nell’insegnare l’arte di guarire? Perché non si costruiscono più ospedali e meno chiese? Si può pregare Dio ovunque, ma non operare in un rigagnolo!”

Axel Munthe

Sono sempre stato convinto che il nostro Paese abbia un patrimonio comune e che siamo più nazione di quanto lo si voglia credere, e lo sono perché conosco la lingua che parliamo, specchio della nostra cultura e pienamente condivisa anche nelle sue varianti dialettali, come anche dalle altre lingue italiche, intrise della lingua di Dante che resiste come noi alle bordate della storia e dell’inglese. Questo per dire che: hai voglia a sentirti identitario, hai voglia a dichiararti secessionista, sei e resterai sempre italiano; magari solo un po’ più provinciale e ridicolo della norma ma purtroppo per noi tale rimarrai.

Venerdì mattina, alle 11.00 c’è stato un momento toccante di comunione di intenti e di spirito nazionale con ciò che è forse l’elemento più vero ed emblematico della nostra italianità, la canzone. Tutte le radio nazionali hanno trasmesso l’inno, seguito da tre delle nostre canzoni più belle: Azzurro, La canzone del sole e Volare, un momento forte per il suo valore di incoraggiamento ed unità e che ho cercato di trasmettere a mia figlia che sta in Spagna, ed ho cercato di comunicarlo anche ai miei vicini, spalancando le imposte del balcone, cercando di far capire che bisogna restare umani; non so se ci sia riuscito, ma sentivo la necessità di farlo.

Non sono uno di quelli che si sente italiano ad ogni costo, sento il concetto di patria né più né meno, simile a quello di famiglia, caro per nascita ma non imprescindibile per vocazione, ma oggi, vale la pena sentirsi uniti, qui, per esserlo ovunque sulla terra. Non sono uno che riesce a manifestare esteriormente le sue emozioni, non che non si palesino, anzi, ma non riesco a manifestarle fisicamente, vino permettendo, né col canto, né con il ballo, ma ho trovato molto bello e sincero vedere le persone suonare e cantare fuori i balconi di casa e ho trovato ancor più bello quando questi usi si sono trasferiti anche altrove, sui balconi delle case di altri paesi, di altri stati, di altre nazioni. Una dimostrazione che, così come si diffonde il virus, allo stesso modo si diffondono le passioni e i sentimenti ma anche le idee, per quanto forti e contrastanti a volte possano essere.

Purtroppo queste immagini di resistenza e solidarietà contrastano con l’elenco drammatico delle vittime di questa assurda epidemia (alle 22:49 di ieri i decessi erano 4.825, i positivi al covid 19 erano 42.681 e 6.072 i guariti) e spesso vengono anche fraintese da chi dal suo canto, giorno per giorno, conta a decine i morti. No, non è questa una mancanza di rispetto, non è superficialità ma è resistenza, è il nostro modo di resistere al morbo ma è anche il nostro modo di collaborare alla causa della salute pubblica, restando a casa e cercando di non intralciare il lavoro di chi con sacrificio sta lottando per salvare vite nei già saturi ospedali italiani. Questa nostra stasi è, contrariamente a quanto possa sembrare, una partecipazione attiva alle sorti del paese e le nostre armi sono la pazienza, il lavoro a distanza, quello che oggi va di moda aggettivare con la parola remoto, ma anche per proteggere i nostri bambini, i nostri ragazzi, i nostri figli, i nostri studenti, il nostro futuro dalle aberrazioni dell’essere umano e dal baratro che è sempre dietro l’angolo.

Credo che sia, se non eroico, fondamentale mantenere questa fermezza, che comporta grande forza d’animo e costanza. Tre anni fa mi offrii volontario per contenere gli incendi sul mio Vesuvio ma al ritorno, a casa, portavo solo fuliggine e puzza di bruciato; ora il rischio è che trasmetta il contagio ai miei cari e anche per questo che ho deciso che stavolta il mio fronte sarà quello interno, sarà quella la mia trincea, e il mio ruolo sarà quello di padre, professore e di cittadino attivo.

Lascerò ad altri il magro conforto del complottismo, la sicurezza agli esperti del senno di poi, il menefreghismo a chi non ha un domani, la sapienza ai tuttologi, il fascino dell’anarchia con la libertà altrui a chi combatte con un mouse, e la pace a tutti quelli del tanto-non-cambia-nulla e del che-possiamo-fare-noi. Io di risposte certe non ne ho ma, fin quando sarà necessario, mi prenderò la mia responsabilità di uomo e di persona, e tanto mi basta, finché in questa mia scelta avrò l’appoggio di mia moglie che condivide il mio stesso impegno e la mia stessa responsabilità civica.

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