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Un’analisi ironica, ma non troppo, degli stereotipi veri e presunti di un italiano del terzo millennio

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Stereotipo (foto fonte web)

Il vero problema è che il pregiudizio, così come il luogo comune, hanno sempre una loro base di verità e, solo quando divengono fondamento unico di giudizio ed analisi, entriamo nel patologico e si arriva là dove non si dovrebbe mai arrivare.

Sono un maschio etero e quindi, per le donne, sono potenzialmente un maniaco sessuale, uno che, a prescindere, le guarda il culo (non so come facciano ma se ne accorgono sempre!) e diventa strabico dissimulando al cospetto di un décolleté; uno che piscia senza alzare la tavoletta e che marca regolarmente il territorio; ma guai a difendere le posizioni del gentil sesso o, peggio ancora, quelle degli altri generi; l’uomo è stronzo e tale deve rimanere, per cui, mai sovvertire l’ordine precostituito, altrimenti non sei buono e, automaticamente si ricchione! Perché? Perché se uno difende una causa che non è la sua, non lo fa per il principio, lo fa solo ed esclusivamente per il proprio tornaconto, e non per altro no!

Sono italiano ma non per questo vado appresso ad ogni straniera per scopi copulatori, non so cantare per forza, non gesticolo e non impazzisco per il calcio e la Ferrari, almeno da quando ho raggiunto l’età della ragione. Pare però che nel mio paese conti più tifare per una squadra che pagare le tasse, e la bandiera fuori al balcone la si mette solo quando gioca la Nazionale e non il 25 aprile, rafforzando in tal modo tutti quegli stereotipi che pure gli stranieri patiscono ma che preferiscono riversare anche loro nei più masochistici vicini, nullafacenti organizzati e dai facili costumi ma per questo felici di esserlo. Del resto, se non puoi eccellere nel meglio, almeno trionfa nel peggio.

Sono napoletano e, ça va sans dire, posseggo, secondo la vulgata, un’innata propensione alla pigrizia, alla sporcizia, al dolo e ad un’antropologica rissosità. Parlo solo il vernacolo, sono permaloso e tendo ad esaltare tutto ciò che è partenopeo e che spesso neanche conosco ma, per il fatto stesso che è di qua, è già molto meglio di tutto quello che vien di là e copre le mie inadempienze. Sono di cuore anche se posseggo un’atavica cazzimma e, se vivo nella patria della camorra, la colpa non è mia ma è sempre di qualcun altro, del savoiardo, del milanese o dello juventino di turno.

Sono Ciro e molti, per questo, tra il serio e il faceto, pur non essendo nero, mi guardano con sospetto, come se fossi il prodotto di uno di quei vasci addò nun coce ‘o sole o della 167 di Secondigliano, e invece no! Con rispetto parlando dei vasci e delle Vele, ho studiato e mi sono pure laureato e il nome Ciro l’ho preso da mio nonno. Ciro non è meno degno di tanti altri nomi.

Il nome, così come la provenienza, nulla danno alla persona, se non la consapevolezza delle proprie origini, ma è la persona che, semmai con le sue azioni e le sue scelte, li mette in risalto, come per quel nome che con vanto porto con me, senza vezzeggiativi o diminutivi ed ovviamente, come sosterrebbe il buon Massimo, con tutta la matematica certezza della buona educazione.