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Lungo la strada Matrone

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La Strada Matrone georeferenziata su Google Earth dall’autore dell’articolo

Il sentiero n°6 del PNV, una lunga passeggiata risalendo quella che per molto tempo è stata l’unica strada carrabile che portava al Gran Cono del Vesuvio. L’ascensione al cratere, tra quel che resta di pini e ginestre; un’immagine antica e da riscoprire, quando e se sarà ancora possibile.

Il sentiero n°6 “Lungo la Strada Matrone” è un percorso, pur se in salita (700 m di dislivello) che non rappresenta grandi difficoltà, se escludiamo infatti la sua lunghezza di circa 16 km (A/R) e il calore dei mesi estivi, non si riscontrano grandi ostacoli lungo il suo cammino. Cosa più complessa potrebbe invece risultare, per i non avvezzi ai luoghi, il raggiungimento dell’ingresso a valle. L’itinerario più semplice per arrivarvi, e valido un po’ per tutti, è quello che, dall’uscita dell’autostrada A3, Torre Annunziata Sud, ci conduce, seguendo le indicazioni dei numerosi ristoranti verso via Cifelli (insufficiente la segnaletica del Parco Nazionale). Di qui ci si inoltrava nella splendida pineta, fino a raggiungere la “casermetta” del Corpo Forestale dello Stato (353 m.slm.) dove inizierà il nostro sentiero.

Va innanzitutto detto che tale sentiero ufficiale del parco è al momento interdetto, poiché è stato fortemente danneggiato durante il grande incendio del 2017 e ad oggi è ancora in via di ristrutturazione.

Non chiamatela “Matrona”

La strada Matrone fu costruita verso la fine degli anni venti del secolo scorso dall’ingegner Gennaro Matrone ed è stata, fino alla costruzione della provinciale 140 (la SP che attualmente va dall’Osservatorio Vesuviano fino a Colle Umberto, per poi proseguire fino a Quota 1000 sotto l’amministrazione ercolanese), l’unica via d’accesso “carrabile” al vulcano. L’antica “Autostrada Matrone” progettata dall’ingegnere boschese fu gestita per un breve periodo dai nipoti Antonio e Aurelio. Tale strada che nasce da via Cifelli, non va però confusa con l’altra iniziata negli anni ‘30 da Antonio Matrone e che voleva prolungare la strada borbonica dell’Osservatorio fino a Quota 1000 sul versante di Ercolano e probabilmente completata solo fino alle cosiddette Case Matrone. Il tratto mancante fu completato poi tra il 1953 e il 1955 dalla Provincia.

Questo compito se l’assunsero due animosi, i fratelli matrone di Boscoreale che, invece di godersi in pace la rendita dell’uva e delle albicocche, vollero misurarsi con il Vesuvio.” Così raccontava Amedeo Maiuri, nelle sue “Passeggiate Campane” (pagg. 269-271), l’epopea, tanto pionieristica quanto pittoresca dei Matrone. “Han lavorato prima d’amore e d’accordo alla strada di Boscotrecase, risalendo il fiume di lava del 1906 fino alla bocca d’uscita, e affidando i turisti alla locanda di “Paneperso” ove, a dispetto di quel nomignolo scanzonato, l’oste vesuviano preparava con pizze infuocate e generose bevute di Lachryma Christi, il miglior viatico per l’ascensione; poi ognuno ha preso la sua via, uno a ponente, l’altro a levante, e il Vesuvio restò spartito fra due strade rivali e fraterne.

La Matrone era inoltre, fino al disastroso incendio del 2017, percorsa dalla “Busvia del Vesuvio”, un servizio di navette 4×4 che, dallo stazionamento di Boscotrecase (via Passanti) o dalla stazione SFSM di Pompei/Villa dei Misteri, collegava la “Città Vesuviana” al Cratere. Per questa ragione e ufficialmente per la salvaguardia del territorio, l’accesso alla Matrone era consentito solo attraverso una specifica autorizzazione o usando suddetta Busvia.

Detto questo, sento il bisogno d’esprimere un’opinione a riguardo questo servizio che rientrerà probabilmente in funzione una volta riaperta la strada e, in generale, su tutto il traffico su gomma che transita nella cosiddetta “zona A” dell’area protetta, quella soggetta al massimo vincolo naturalistico; rimango infatti perplesso quando si impedisce ad esempio l’accesso a chi, certo in maniera più pulita dei grossi diesel (anche se definiti ecologici avranno comunque il loro impatto sull’ambiente circostante), decide di risalire, a piedi o in bicicletta, lungo la strada Matrone. Concordo con la possibilità sacrosanta di creare lavoro e di differenziare l’offerta turistica ma, allo stesso tempo, non credo che tale opportunità debba cozzare contro il diritto altrui di muoversi liberamente sul territorio soprattutto quando questa sua azione non incide minimamente su di esso e risulta altamente inquinante, è un discorso fondamentale di coerenza istituzionale ed etica.

Il percorso

La Matrone su IGM 1:25.000

Ma passiamo al tema principale del nostro percorso. Varcato il cancello verde della caserma della forestale, se muniti di permesso o quando sarà nuovamente possibile, ci si inoltrerà, in salita, in quella che era una splendida pineta ed oggi non è altro che una landa desolata di monconi di pino, polloni di robinie, necromassa e vegetazione spontanea. Le condizioni della strada non sono mai state delle migliori, in effetti è in cemento, spesso rattoppato d’asfalto, mortificato dallo scorrazzare dei 4×4 della Busvia e le frane conseguenziali all’incendio hanno aggravato la situazione con grossi solchi e smottamenti riparati in questi ultimi tempi alla meno peggio con degli inguardabili rattoppi in siporex. La strada seguirà in tale stato fino ai 4,68 km dove cederà finalmente il passo allo sterrato e al basolato, che si intervalleranno fino in cima. La Matrone, dopo circa tre chilometri, incrocia (sulla sinistra) il sentiero n°5 (Pineta del Tirone). Visto lo stato dei luoghi è quindi opportuno, con la buona stagione, metter mano a cappello e crema protettiva e, ovviamente, non dimenticare mai l’acqua (almeno due litri a persona d’estate).

Come s’è accennato a quota 824 si lascia l’asfalto e ci si inoltra nel sentiero propriamente detto, dove a farci compagnia saranno solo le simpatiche lucertole campestri (Podarcis sicula). Con molta attenzione potremmo anche incontrare qualche intorpidito biacco (Coluber viridiflavus, serpente non velenoso molto diffuso nell’area del Parco) che cerca il sole con la sua nera e rilucente livrea. A quota 859, dopo 5,26 km, incrociamo, sulla destra, il sentiero n°1 (Valle dell”Inferno). Ai 921 m.slm, si intravede uno splendido punto panoramico che s’affaccia sull’Agro Nocerino/Sarnese, la Penisola Sorrentina e Capri.

A quota 1.002, dopo 6,84 km, incrociamo il bivio che, a destra, in lieve pendenza, segue con il sentiero n°1 e la parte discendente del n°5 (Il Gran Cono) a sinistra invece si prosegue in salita verso quello che prima del luglio 2017 era lo stazionamento dei grossi Mercedes della Busvia. Qui a 1.050 m.slm., dopo circa otto chilometri, termina l’andata della nostra escursione, ora non ci resta che scendere seguendo a ritroso il percorso o, avendone il permesso, guadagnare il Cratere seguendo lo stradello che sale dal rifugio (quasi sempre chiuso) prospiciente lo stazionamento; impresa non impossibile anche se le vostre gambe non saranno d’accordo ma il tesoro che troverete in vetta ne varrà di certo la pena; così come la diversa prospettiva della Matrone in discesa, con la sirena caprese a portata di mano, vi gratificherà il ritorno a casa.

La Valle dell’Inferno

I Cognoli di Ottaviano

L’Anello del Monte Somma

Il Tirone/Alto Vesuvio

Il Gran Cono del Vesuvio