Brevissima storia dell’ambientalismo vesuviano

 

Enrico “Erricuccio” Cozzolino (foto gentilmente concessa dalla famiglia)

“Scaviamo nei cuori e bonifichiamo le coscienze”

Tracciare un profilo dell’attività delle associazioni ambientaliste nel Vesuviano non è cosa facile e non certo perché non ce ne siano o non ce ne siano mai state, ma semplicemente perché non tutte hanno, o hanno avuto, la loro esplicita funzione di tutela dell’ambiente vesuviano o l’hanno semplicemente persa per strada.

Il Vesuvio e il suo parco sono importanti e fondamentali per la sopravvivenza di alcuni ecosistemi ma anche necessari per dare ai vesuviani un minimo di vita degna di questo nome e che non sia quella racchiusa entro le mura delle loro comode case. Per molti però il Vesuvio costituisce un orgoglio simbolico, un marchio di fabbrica da usare ad ogni evenienza ma soprattutto un concetto di cui godere solo a distanza perché, come molto spesso accade, quando ci si avvicina troppo al nostro Vulcano, ci si scontra con una realtà difficile, litigiosa, collusa, complice e connivente con l’atavico malaffare locale, sia esso politico sia esso delinquenziale ma soprattutto si cozza, con tutti i problemi che ne comporta, contro una densità antropica da primato, soprattutto per quel che riguarda l’area protetta, la più popolata d’Italia.

Con la lente di ingrandimento dell’esperienza diretta esce fuori tutta la realtà, talvolta assai triste del Vesuviano, quella di un territorio lasciato a se stesso e dove l’attivismo viene meno o si trasforma in un qualcosa di limitato ad una promozione locale, fortemente politicizzato e alquanto miope, un contesto civico vesuviano attento più al globale che al locale, per le ovvie ragioni di cui sopra.

Il mio ricordo dell’attivismo vesuviano, degno di questo nome, risale agli anni ottanta quando le compagini sinistrorse di Ercolano e San Sebastiano facevano presidi alle vie d’accesso alla discarica dell’Ammendola e Formisano, ma il mio ricordo più caro va a quel Don Chisciotte capostipite di tutti gli ambientalisti vesuviani: Enrico Cozzolino, detto Erricuccio, il quale, sul finire degli anni sessanta, si oppose ad una discarica che minacciava la sua campagna; sollevando per primo la problematica delle discariche che si insinuava inesorabilmente nel territorio, lo fece proprio ad Ercolano, sul versante delle Lave Novelle, in una via Filaro, quella che ancora oggi langue in uno stato di abbandono, ricolma di rifiuti di ogni genere e pericolosità.

Risulta quindi evidente che ad oggi nulla è cambiato e quella parte del territorio, nonostante la creazione di un parco nazionale è rimasta una zona franca dell’illegalità e dell’ipocrisia, dove chiunque, dalle ecomafie ai portabastone locali, dagli intermediari dell’economia sommersa ai semplici cittadini hanno riempito quelle cave dismesse di tutto il rifiuto che potevano metterci e col bene placito delle autorità preposte che guardavano, e guardano ancora, da un’altra parte così come fecero durante l’emergenza rifiuti 2008-2010 con cava SARI e riempiendo di rifiuti, ancora una volta, anche l’Ammendola e Formisano.

Negli anni a seguire, ai picchetti di quei primi ambientalisti, si sono susseguiti gli interventi di tante associazioni che sono nate all’improvviso e scomparse con la stessa rapidità, chi per ricevere visibilità in un contesto ancora vergine dal punto di vista ambientale e chi per controbilanciare faziosamente il sincero ambientalismo di altri, in aiuto della politica locale ben attenta a non mostrare i suoi scheletri nell’armadio. Si sono susseguite associazioni nazionali e locali ma cos’è realmente cambiato all’ombra del Vulcano? Praticamente nulla! Delle cinque discariche storiche, precedenti all’istituzione del parco, nessuno se n’è mai seriamente occupato, facendo finta che queste non fossero mai esistite; fatta eccezione con l’apertura di cava SARI per tamponare l’emergenza rifiuti del 2008-10 e favorire i gestori dei biogas di quella stessa discarica, nonché il “termovalorizzatore” di Acerra.

Certo, anche allora ci fu chi letteralmente si ribellò contro quelle disposizioni che andavano contro ogni legge italiana, europea e morale, ci furono dei veri e propri moti popolari che ottennero, come unico ma tangibile risultato, la mancata apertura di cava Vitiello. Purtroppo da allora nulla più s’è fatto e molti capipopolo di allora, molti presunti ambientalisti hanno costruito una loro immagine, sfruttata ancora oggi ai fini politici, spesso coltivando il loro orticello e mostrando le loro medaglie guadagnate presumibilmente sul campo della rotonda di Boscoreale.

Ad oggi continuano ad esistere e ad essere alimentate una miriade di microdiscariche che costellano la fascia pedemontana del Parco Nazionale del Vesuvio, spesso oggetto di roghi tossici, una realtà da tutti conosciuta e tollerata, parco incluso, che demanda ogni responsabilità agli esangui e distratti comuni interessati. In questo rimpallo delle responsabilità istituzionali ci ritroviamo davanti ad una realtà tanto grande da costituire probabilmente un’unica grande discarica, forse la più estesa del parco e che coincide grosso modo con l’intera area pedemontana.

Davanti a questo scempio c’è però chi mai s’è arreso, vuoi per vocazione, vuoi per logica necessità, sì perché ci sono persone che hanno capito che se non sei tu ad andarci sulla discarica per mostrare il re nudo, prima o poi questa arriva lei da te, con tutta la sua carica di morte e dolore. Parte della chiesa locale, s’è fatta carico, assieme a pochissime altre persone, di portare avanti le istanze di un popolo oppresso dalla ancor oggi misconosciuta terra dei fuochi vesuviana, amplificando la voce di chi voce non ha, ma anche quella di chi tace per vergogna. Purtroppo l’uomo è capace di accettare di tutto, anche le cose più inverosimili e intangibili ma non è capace di riconoscere le sue colpe, la sua miseria interiore, quella che è stata capace di svendere la sua terra e la sua stessa anima, corpo incluso.

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