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In merito al merito

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Art. 3 della Costituzione Italiana (foto fonte Vesuvio News)

Questa storia del Merito credo stia sfuggendo di mano a molti e non solo ai filogovernativi o a quelli di destra, che poi sono, tutto sommato, il resto dell’umanità. Oggi (17 dicembre), ascoltando Radio Radicale, mi ha colpito un passaggio dell’intervento di Augusta Montaruli, Sottosegretario al Ministero dell’Università e della Ricerca, durante la celebrazione dei 10 anni di Fratelli d’Italia. La cosa che più mi ha lasciato interdetto del discorso della Sottosegretario, è stata quella legata alla tematica dell’orientamento scolastico, allorquando, l’esponente di FdI sosteneva che, nella scuola, l’orientamento andava fatto “dal primo giorno della scuola primaria e non nell’ultimo della scuola secondaria”.

Ora, al di là dell’iperbole e del fatto che tutti parlano di scuola pur non avendone cognizione, in relazione al merito, la politica in questione avrebbe dovuto avere delle competenze che, visto il suo CV, pare non avere in tema di istruzione e, per tale ragione, avrebbe quanto meno dovuto soppesare le sue parole, anche in un contesto partigiano come quello che l’accoglieva e che, da lei arringato, reagiva con un’ovazione da stadio a tali parole.

Le parole, appunto: il merito, ma anche l’orientamento, ma soprattutto la scuola e quella persona in via di formazione che è lo studente.

Come può quindi un bambino della scuola primaria sapere che scuola superiore e quindi che lavoro farà se non sa ancora chi è? Come si può pretendere che un ragazzino subisca un orientamento sulle sue scelte successive se queste non sono ancora naturalmente scaturite da un suo sviluppo mentale e fisico e della sua personalità? Di certo stiamo valutando affermazioni espresse in un contesto non istituzionale ma le parole, mai come oggi vanno veloci e raggiungono tutti, anche chi non ha il dominio del suo raziocinio o lo ha messo in stand-by per mero opportunismo, e soprattutto quando vengono proferite da una Sottosegretario della Repubblica. Speriamo quindi che quelle intenzioni rimangano relegate in quel contesto specifico e faziosamente circoscritto, evitando di porre le basi per un nuovo determinismo che è meglio non rivangare e del quale francamente non ne abbiamo bisogno.

La scuola è un importante ingranaggio della grande macchina della società ma non può smuovere tutto il meccanismo da sola se gli altri ingranaggi non sono ben oliati anch’essi. Detto ciò, la scuola la fa la comunità scolastica, in primis studenti e docenti, gli unici veri attori di quel delicato processo che è l’educazione scolastica.

Sembra evidente però che, in un modo o nell’altro, chi governa voglia lasciare, a mo’ di ponte sulla Stretto, la sua impronta faraonica nel mondo della scuola, in linea di massima, e speriamo sia solo così, per rompere con chi li ha preceduti o per dare ad intendere all’elettorato che finalmente si applica una riforma della scuola che non sia una semplice rispolverata di quella gentiliana che, nonostante i ripetuti ridimensionamenti, rimane ancora, sostanzialmente la stessa. Ma, se fosse invece immaginata per determinare e influenzare le scelte didattiche e personali dei discenti, allora il timore di tornare indietro nel tempo e che i nostri principi democratici siano ancora poggiati su di un sostrato precario, ci lascia non poco preoccupati.

Del resto parlare di merito, che è sempre meglio che parlare di evasione fiscale (e il merito c’entrerebbe anche in questo caso), equivale a creare l’immagine di un mondo fatto di persone che studiano e di persone che non lo fanno perché atavicamente abituate a non farlo, e che, per quanto semplicistico e distante anni luce dalla realtà scolastica, nell’ottica conservatrice, questi sarebbero quegli studenti che non hanno voglia di far nulla a scapito di chi invece vorrebbe emergere attraverso gli studi e non una storia di opportunità mancate o addirittura mancanti. Ma poi, come si può parlare di merito in contesti dove la scuola fatica ad arrivare, in quelle famiglie sempre più confuse da un massivo attacco mediatico che confonde ogni valore e indica meriti distinti da quelli dell’impegno, del lavoro, della legalità e della giustizia e che a volte, con la loro etica non hanno nulla a che fare? In una società che mostra un merito tutt’altro che guadagnato sul campo e legato più all’appartenenza che alla competenza? Diciamocela tutta, in un Paese di nominati, il merito è merce rara e la discrasia tra ciò che si propone e quello che si mette poi in atto è ancora più deleteria dei mali intrinseci e contingenti della nostra società.

In questo contesto, il tanto acclamato ruolo della scuola, invece di essere quello di educare, quello di seguire la crescita culturale dei ragazzi, diviene semplicemente quello di registrare i risultati di uno studente, di applicare sanzioni e di mettere numeri in rete, perdendo ogni contatto con la loro realtà, oggi complessa più che mai. In tal caso, l’ironico accostamento studentesco della scuola a quello di un carcere, non sarebbe del tutto peregrino, visto anche lo stile architettonico e fatiscente di molti dei nostri edifici scolastici.