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San Lorenzo maggiore, un viaggio nel tempo e nella storia di Napoli

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San Lorenzo Maggiore, vista dell’interno (foto L. Scarpato)

Qual è la chiesa più rappresentativa di Napoli?

Ammesso che questa domanda abbia un senso, se provate a chiedere ai napoletani sicuramente le risposte saranno: il Duomo, Santa Chiara, Gesù Nuovo.., probabilmente pochi in prima battuta risponderanno San Lorenzo Maggiore.
Eppure questa è una delle chiese che forse più racchiude e sintetizza l’evoluzione storico artistica di Napoli.
Situata in pieno centro antico, in quello che era il cuore pulsante della Neapolis greco romana, all’incontro tra le attuali piazza San Gaetano, via San Gregorio Armeno e via Tribunali. San Lorenzo racchiude tra le sue mura un millennio e mezzo di storia, e sotto di essa qualche secolo in più.

La facciata della chiesa l’accesso al monastero e il Campanile di San Lorenzo nel 2013 (foto L. Scarpato)

Sì, perché la basilica intitolata al santo di origine spagnola, martirizzato a 33 anni bruciandolo su una graticola, fu fondata esattamente su quello che era il mercato e il macello dell’antica città greco romana, i cui resti, oggi portati alla luce da scavi iniziati negli anni 50 dello scorso secolo, sono visitabili con accesso dal chiostro.

L’attività commerciale antica cessò bruscamente nel V secolo quando a causa di una violenta alluvione gran parte dell’area restò sotterrata sotto diversi metri di detriti. Dopo anni di abbandono l’area iniziò ad avere una destinazione religiosa finché nel VI secolo il vescovo di Napoli Giovanni II, detto il mediocre, vi fece costure una chiesa ad impianto basilicale a tre navate con absidi.

Un capitello di spoglio romano già riutilizzato nalla originaria basilica paleocristiana insieme ai capitelli di gusto gotico, (foto L. Scarpato)

Questa antica basilica, fin dall’origine dedicata a san Lorenzo, è ormai scomparsa poiché trasformata e inglobata nelle costruzioni successive e di essa ci resta solo il perimetro evidenziato da inserti in ottone, incastonati nell’attuale pavimento marmoreo realizzato in occasione dei restauri degli anni 50 del secolo scorso.

L’ingresso laterale su via dei Tribunali (foto L. Scarpato)

In effetti l’intera storia di San Lorenzo è una continua trasformazione, una mutazione perenne del proprio organismo anche nel volgere di pochi anni, si può dire che non c’è elemento di questa chiesa che non sia stato rimaneggiato o modificato nel corso dei secoli.

San Lorenzo Maggiore, vista dell’interno (foto L. Scarpato)

L’intero complesso monastico inoltre  fu non solo un centro religioso ma ebbe una importante  valenza civica e politica nella vita napoletana. Era qui infatti, presso la sala del capitolo nel chiostro, che si riuniva periodicamente il parlamento cittadino, e qui gli eletti dei Seggi (unità amministrative della città i cui stemmi sono tuttora affissi sul campanile) costituivano il Tribunale di San Lorenzo, vero e proprio organo amministrativo della città, composto da esponenti della nobiltà e del popolo e spesso in contrasto col governo centrale di turno. E ancora era qui che addirittura in alcuni locali del chiostro aveva sede l’armeria cittadina col deposito di cannoni e munizioni.

L’arrivo dei francescani

La basilica dall’aspetto gotico che oggi conosciamo si deve alla dinastia angioina, soprattutto al ramo dei Durazzo e all’arrivo degli ordini mendicanti a Napoli, in particolare i frati minori, ossia i Francescani. Questi giungono a Napoli sul finire del primo ventennio del duecento insediandosi prima fuori città, nell’area dove poi sorgerà il Maschio Angioino, e poi nel 1234 all’interno delle mura quando ottengono in dono dal vescovo di Aversa proprio l’antica basilica di San Lorenzo e le strutture annesse.

Re Carlo I d’Angiò, secondo la tradizione, è colui al quale si deve la grande opera di costruzione della basilica francescana in sostituzione di quella paleocristiana, ma in realtà molto probabilmente l’interessamento dei d’Angiò alla basilica si ebbe solo a partire dal 1284 quando Carlo, principe di Salerno (figlio di Carlo I e futuro Carlo II) destinò ai frati 400 once d’oro provenienti dalla “multa” comminata a Matteo Rufolo di Ravello, già funzionario del Regno, incarcerato con l’accusa di gravi malversazioni.

San Lorenzo Maggiore, Il presbiterio e l’abside con cappelle radiali di stile gotico francese (foto L. Scarpato)

La somma destinata al completamento della chiesa era davvero notevole e secondo calcoli recenti poteva corrispondere ad un importo variabile tra 1 e 4,4 milioni di euro, a seconda del metodo di attualizzazione utilizzato, ma di certo più che sufficiente a completare almeno la grande abside con le cappelle radiali elemento sicuramente caratteristico di questa chiesa. A questa donazione poi se ne aggiunsero molte altre sia da parte règia che da parte dei nobili del Seggio di Montagna che proprio in San Lorenzo aveva storicamente la sua sede.

Iniziò allora una straordinaria stagione di lavori per rinnovare e ingrandire l’antica basilica e in circa 50 anni la chiesa raggiunse l’assetto definitivo col completamento della facciata finanziata da Bartolomeo di Capua protonotario del Regno e nobile di Montagna. Tra il 1487 e il 1507 fu poi eretto l’attuale campanile in sostituzione di quello trecentesco compromesso nelle strutture dal terremoto del 1456.

La volta gotica del presbitario (foto L. Scarpato)

L’Amore di Boccaccio e il terrore di Petrarca

Nel corso dei secoli sono stati molti i personaggi illustri che hanno varcato questo portale: Reali, nobili e numerosi artisti.

Fu proprio in San Lorenzo che nel giorno di Sabato Santo del 1331, mentre era intento ad ascoltare la messa, Giovanni Boccaccio incontrò per la prima volta Fiammetta, sua musa ispiratrice, che la tradizione identifica in Maria d’Aquino figlia naturale del re Roberto d’Angiò.

Pochi anni dopo Francesco Petrarca, in missione diplomatica a Napoli per conto di Papa Clemente VI, soggiornava proprio in San Lorenzo quando la notte del 25 novembre 1343 un terribile maremoto, uno tsunami, investì le coste di Napoli provocando moltissimi danni e addirittura un terremoto che terrorizzò moltissimo il poeta, il quale dopo una notte passata in preghiera con i monaci, all’alba si recò al porto, la zona maggiormente disastrata, per poi riportare la descrizione dell’evento e le conseguenze in una dettagliata lettera al cardinale Colonna.

Naturalmente la chiesa che videro questi personaggi era molto diversa dall’attuale. Non c’erano ancora gli interventi barocchi,  soprattutto le due bellissime cappelle Cacace e di sant’Antonio opere di Cosimo Fanzago erette tra il 1639 e 1653.

Cappella Cacace, disegno tratto da Guida de’ forestieri…. di Pompeo Sarnelli, 1685

Non c’erano ovviamente la facciata e la controfacciata realizzate dal Sanfelice nel 1742 inglobando l’antico portale trecentesco che vediamo ancora oggi, nel quale poi Angelo Mozzillo affrescò il martirio di San Lorenzo.

Il portale trecentesco in una fotografia di fine XIX secolo. È visibile l’affresco del martirio di San Lorenzo di Angelo Mozzillo
San Lorenzo Maggiore, la controfacciata progettata da Ferdinando Sanfelice nel 1742 (foto L. Scarpato)

C’erano però molte altre opere e monumenti che non sono giunti fino a noi.

Un cantiere senza fine

Da buona chiesa francescana le pareti dell’aula liturgica erano ricoperte da affreschi, la cosiddetta Biblia pauperum, così come lo era anche Santa Chiara, e così come oggi possiamo vedere ancora in Donna Regina vecchia.

Oggi restano solo poche tracce di queste scene ma tutte di ottima fattura come una natività e la morte di Maria opere di Montano da Arezzo, e ancora le “storie della Maddalena”, e soprattutto nella sesta cappella dell’abside le “storie della Vergine”, entrambe opere di ignoti maestri di influenza giottesca.

Proprio l’abside, che denuncia chiaramente la sua natura francese, è sicuramente il primo passo per la costruzione della nuova chiesa voluta dagli Angiò e probabilmente vi lavorarono proprio maestranze francesi. Diversa invece appare la fattura della navata che fu eseguita probabilmente da maestranze locali.

L’ambulacro dell’abside (foto L. Scarpato)
L’Abside di San Lorenzo com’era nel 1855 in un disegno di Giacinto Gigante

Quella di san Lorenzo Maggiore si può definire una fabbrica senza pace. Tra trasformazioni e adattamenti, i numerosi terremoti e successivi consolidamenti, interventi ininterrotti in praticamente in ogni epoca fino ad avere anche la sua veste barocca rimossa parzialmente dai restauri iniziati dal Travaglini nel 1882, quando la chiesa versava in un pietoso stato di abbandono con l’abside imbiancata e ridotta a deposito, e continuati da Gino Chierici nel 1926, fino all’ultimo intervento degli anni 50 del secolo scorso che ci ha restituito una chiesa con una buona uniformità stilistica cancellando però per sempre tutto il travagliato passato della chiesa.

Pulpito con Santa Caterina, XVI sec, San lorenzo Maggiore (foto L. Scarpato)

Nonostante questo continuo divenire probabilmente gli interventi più sostanziali avvenuti in San Lorenzo furono quelli a seguito della controriforma tridentina del 1563 che favoriva una diversa partecipazione alle funzioni religiose.

Fino ad allora gran parte della chiesa era occupata dal grande coro dei monaci; uno spazio che includeva tutto il transetto e gran parte della navata, delimitato da un’alta e monumentale recinzione marmorea alla quale erano addossati ulteriori altari. In quest’area si riuniva il clero per le celebrazioni, impedendo di fatto la partecipazione del popolo alle funzioni. I fedeli infatti si limitavano ad ascoltare canti e litanie che spesso nemmeno capivano, magari mentre i potenti erano intenti a trattare affari e concludere accordi.

Uno scrigno di opere d’arte

Molti furono gli artisti di primo piano che lavorarono in San Lorenzo, oltre a quelli già citati in precedenza.

Qui abbiamo la prima opera napoletana di Tino di Camaino, che realizzò il sepolcro di Caterina d’Austria, e l’ultima opera di Baboccio da Piperno che scolpì il monumento funebre di Ludovico Aldemoresco.

Lo splendido altare maggiore interamente in marmo, è opera di Giovanni Merliano da Nola che ideò una bella composizione scultorea con al centro  San Lorenzo  tra San Francesco e Sant’Antonio, il tutto coronato dalla Vergine con Bambino tra nuvole e angeli. Quest’ultimo elemento oggi rimosso è conservato nel transetto.

Le cappelle del lato destro (foto L. Scarpato)

Ma ovviamente le opere degne di nota sono ancora tantissime a cominciare dalla cappella Cacace realizzata interamente in marmi commessi da Cosimo Fanzago, mentre la pala d’altare raffigurante la Madonna del Rosario fu dipinta da Massimo Stanzione. Andrea Bolgi scolpì invecei busti laterali nel 1656.

La cappella successiva, di patronato della famiglia Molignano ed intitolata a San Rocco, conserva sull’altare un finissimo polittico rinascimentale realizzato interamente e in terracotta, attribuito a Domenico Napoletano.

Accanto a questa vi è la Cappella che fu della Famiglia Manso di Scala con pregevoli affreschi seicenteschi.

La cappella dell’immacolata con pala d’altare di Paolo Finoglia, è invece certamente la più importante del lato sinistro, ma da ricordare vi sono anche la Cappella Carmignano e le opere conservate nelle successive e nel passaggio verso l’ingresso secondario.

Le cappelle del lato sinistro (foto L. Scarpato)

Ancora al Fanzago si deve anche il cappellone di Sant’Antonio, sul lato sinistro del transetto. La cappella, un capolavoro interamente in marmi commessi è del 1638 e conserva al suo interno altri numerosi capolavori pittorici. Questa prese il posto della cosiddetta cappella della Regina che secondo la tradizione fu fondata dal Margherita d’Angiò- Durazzo.

Cappellone di Sant’Antonio, Opera di Cosimo Fanzago, XVII sec. (foto L. Scarpato)

Attraversando il transetto, sormontato dall’enorme arco di trionfo in blocchi di tufo a costoloni, non possiamo non notare, protette da alcune lastre di vetro, porzioni del pavimento mosaicato dell’antica basilica del VI secolo.

Resti del pavimento in mosaico della basilica paleocristiana (foto L. Scarpato)

Nascosto in un anfratto dell’abside, invece, un affresco medioevale ci mostra un frate francescano intento allo studio. Infatti, pur non essendo lo studio prerogativa di francescani (caratteristica invece dei domenicani), San Lorenzo fu anche sede di uno Studio di Teologia, sorto in contrasto all’università laica voluta da Federico II.

Ambulacro, dettaglio di affresco con monaco intento nello studio, XII sec. (foto L. Scarpato)

Per san Lorenzo furono realizzati anche  due bellissimi polittici ormai smembrati dei quali restano il San Ludovico di Tolosa che incorona il fratello Roberto d’Angiò, dipinto dal senese Simone Martini nel 1317 per la cappella della regina

San Ludovico di Tolosa che incorona il fratello Roberto d’Angiò e storie del Santo, Simone Martini, 1317 oggi al Museo di Capodimonte (foto L. Scarpato)

e il San Girolamo nello studio opera del Colantonio del 1445, che secondo alcuni è la prima tavola dipinta ad olio in Italia.

San Girolamo nello studio, Colantonio, 1445. Oggi al Museo di Capodimonte (foto L. Scarpato)

Entrambi i dipinti oggi sono conservati  museo di Capodimonte.

Storie di famiglie

Numerose sono le tombe e sepolture, dei membri della famiglia reale d’Angiò Durazzo e altre famiglie nobili, presenti in San Lorenzo e anche queste ultime dimore hanno subìto lo stesso travaglio della chiesa venendo spostate frequentemente a seconda delle nuove sistemazioni che venivano eseguite, e a tale destino non scamparono nemmeno le tombe reali.

Transetto destro, Dettaglio del monumento funebre di Ludovico Caracciolo, 1335 (foto L. Scarpato)

Descriverle tutte sarebbe troppo lungo ma invito ad andarle a vedere con attenzione e magari provare a leggere le epigrafi che raccontano insieme agli stemmi delle famiglie anche un po’ di storia di Napoli.

Visitando San Lorenzo incontreremo Giovanna di Durazzo (sorella Maggiore di Margherita) e suo marito Roberto D’Artois che riposano nello stesso monumento funebre, databile alla fine del trecento, poiché secondo la tradizione (smentita dai documenti) morirono assassinati nello stesso giorno per aver congiurato contro la regina stessa.

Monumento funebre di Giovanna di Durazzo e Roberto d’Artois, XIV sec. (foto L. Scarpato)

Di fronte ad essi in un sarcofago molto simile riposa Carlo di Durazzo, padre della Regina.

Monumento funebre di Carlo di Durazzo, XIV sec. (foto L. Scarpato)

E ancora incontreremo poi i Manso di Scala, i Pignone (che “sponsorizzarono” anche la realizzazione del portale d’acceso laterale su via dei Tribunali), mentre alla destra dell’ingresso vi è la sepoltura del filosofo Giovan Battista della Porta,

Lastra tombale di Giovan Battista della Porta, XVII sec. (foto L. Scarpato)

e ancora gli Arcamone, Carmignano, Caracciolo, Pisanelli, Poderico, Ciciniello il cui stemma è un cigno su fondo rosso, spesso rappresentato con un cimiero a forma di drago che a Napoli è meno inusuale di quanto ultimamente qualche strana neo leggenda voglia far credere.

Transetto destro, Dettaglio del monumento funebre di Giovanni Cicinelli, XV sec. (foto L. Scarpato)

Nell’ultima cappella dell’abside di fronte al sarcofago di Maria di Durazzo, figlia Di Carlo e Margherita, morta a soli 3 anni nel 1381 e qui spostata a seguito dei vari rimaneggiamenti avvenuti in nella chiesa,

c’è forse la tomba più commovente di tutte la quale ospita le spoglie del Leone Follerio e di suo figlio Scipione, prematuramente scomparso. I due, accostati ad un obelisco, sembrano intrattenere un dialogo scolpito che recita:

QUID? OMNIA
QUID OMNIA? NIHIL
SI NIHIL CUR OMNIA?
NIHIL UT OMNIA
___________
Cosa? Tutto
Cos’è tutto? Niente
Se è niente perché è tutto?
Niente è tutto

Sepolcro di Leone Follerio (o Fuiero, Folliero) e suo figlio e Scipione
Basilica di San Lorenzo Maggiore, Napoli (foto L. Scarpato)