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C’è un fantasma che si aggira per il Parco Nazionale del Vesuvio

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La Stazione/Centrale Cook a San Vito di Ercolano

È il fantasma della Cook, uno dei tanti che aleggia su San Vito, uno dei luoghi più inquinati del Vesuviano. Un esempio di come il nostro Vulcano e la sua area protetta continuino ad essere un luogo di sfruttamento, abbandono e non una risorsa per lo sviluppo locale.

La stazione Cook, meglio conosciuta come ‘A Centrale, era un passaggio obbligato per l’ascensione su rotaia al Vesuvio. Dal 1903 al 1955, partiva infatti da Pugliano, nel centro di Ercolano, la Ferrovia Vesuviana che arrivava fino al Vesuvio e, grazie alla quale, chi voleva muoversi comodamente, poteva raggiungere e prendere la famosa funicolare che lo avrebbe finalmente condotto sul bordo del Cratere.

La Centrale, così chiamata perché forniva energia elettrica per la mozione dei vagoni della Ferrovia Vesuviana, era anche il luogo dove una motrice a pignone vi si agganciava per spingerli lungo il forte dislivello che, dalle Lave Novelle montava verso il colle del Salvatore/Canteroni, là dove c’era una stazione intermedia, quella dell’Eremo, e dove le vetture, una volta sganciate, seguivano autonomamente il loro cammino verso la stazione inferiore della Funicolare. Questo sistema di infrastrutture, costruito per volontà dell’imprenditore inglese Thomas Cook e dai suoi figli, conduceva i turisti che approdavano a Napoli fin sul Vulcano, sfruttando la già allora esistente Circumvesuviana che appunto a Ercolano si sarebbe connessa con la piccola linea ferroviaria.

La storia di questa strada ferrata è stata sempre travagliata e non solo per via delle ovvie e naturali intemperanze del Vulcano ma anche per quelle vicende umane che ne hanno segnato, in passato come oggi, l’esistenza. La storia infinita con le guide locali, che all’epoca di Cook sabotarono la funicolare per estorcere una percentuale sul biglietto, ne è un esempio eclatante ma non isolato.

La Cook, dopo il suo abbandono, causato prevalentemente dal completamento della più pratica Strada Provinciale, è stata consegnata all’oblio e alla decadenza fino a divenire un rudere spettrale, e questo fin quando, nel 2009, ne fu attuato, grazie ai fondi POR 2000-2006, un suo parziale restauro. Infatti, il rinnovo della struttura, costato 1,8 milioni di euro, cominciò nel gennaio 2004 quando l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio acquisì l’immobile per la somma di circa 450.000 euro. Nel febbraio 2004 venne inoltre siglato un protocollo d’intesa tra Regione Campania, Provincia di Napoli e l’Ente Parco che prevedeva, tra le varie cose, anche il ripristino di quel tratto a cremagliera che collegava la Stazione Cook di San Vito all’Osservatorio Vesuviano.

Nel maggio 2007 iniziarono i lavori di recupero strutturale dell’edificio che terminarono appunto nel 2009. In seguito però, pur essendo stato presentato dal Parco un progetto per completare l’opera, questa non veniva più portata a termine poiché non partirono gli stanziamenti dei fondi previsti dal POR 2007-2013, consegnando in tal modo, la Cook, a un nuovo periodo di decadenza, cominciato ben presto e subito dopo il suo restauro; cosa attualmente riscontrabile e paventata, sin dall’epoca del suo ritorno in carica, dall’allora Presidente Ugo Leone (che sperava in un riutilizzo della struttura). L’edificio è ormai diventato oggetto di numerosi atti vandalici, dal semplice furto delle grondaie in rame e dei cavi elettrici interni, alla rottura di vetri, dei bagni e di altre suppellettili, nonché dello sperpero di numerose pubblicazioni del Parco, un tempo stoccate in quel luogo e in balia di tutti; un po’ come qualche anno fa era accaduto per il rifugio Imbò altra cattedrale del deserto vesuviano, tutti atti che apparentemente sembrano essere di puro vandalismo, fine a sé stesso ma che mortificano ugualmente l’immagine e l’essenza di un luogo.

Va detto comunque che, come accennato, il restauro della stazione si inseriva in un contesto ambivalente, il progetto della sua ristrutturazione, gestito dal Parco Nazionale, è andato per un certo periodo parallelamente con quello del riassetto del tracciato del trenino, quello che avrebbe riportato i turisti sul Vesuvio e in treno, proprio come si faceva una volta. Certo, quando i Cook la costruirono, ci impiegarono solo due anni, e ricostruirono quella via ferrata, allo stesso modo e negli stessi tempi, dopo una delle tante eruzioni del Vesuvio. Ma evidentemente erano altri tempi, e altri uomini, oppure qualcosa deve esser andato storto, perché oggi, il progetto vincitore nel 2009 della gara internazionale (vinto dalla mandataria Ricci & Spaini Studio di Architettura Srl.), bandita dalla Regione Campania (per la precisione bandito dall’Ente Autonomo Volturno – holding regionale dei trasporti) nel 2007, langue da anni nei cassetti delle istituzioni, mentre sui luoghi del suo previsto passaggi o regna la monnezza. Non sarà che, così come si è iniziato a fare con la paventata funivia, sempre in collaborazione con l’EAV, il vero scopo non è la costruzione dell’opera ma la sua stessa progettazione?

Giusto al lato della Stazione Cook c’è appunto la discarica dell’Ammendola & Formisano, rimpinguata dal 2001 al 2007, dalle amministrazioni ercolanesi Bossa e Daniele, con le “ecoballe” e il “tal quale” della cosiddetta emergenza rifiuti e per i quali (per il tal quale) il comune degli Scavi spende ancora fior di quattrini per il loro stoccaggio che, oramai temporaneo più non è, e pagandoli a chi, di per certo, vedrebbe lesi i propri interessi qualora quell’area (privata!) fosse definitivamente bonificata e destinata ad altro e più nobile scopo.

Il progetto in questione, oltre a prevedere importanti interventi nell’area Cook, prevedeva anche la costruzione di un albergo super attrezzato nelle sue prossimità, infatti come da comunicato regionale si leggeva: «Nella cava vicino viene realizzato un grande albergo inserito nello scavo che viene modellato da una nuova sistemazione paesaggistica.». Vogliamo sperare che, “la nuova sistemazione paesaggistica” volesse significare la bonifica totale o quanto meno la messa in sicurezza di quella zona, ma ai posteri l’ardua sentenza, perché a tutt’oggi tutto tace.

Volendo comunque essere costruttivi e cercando di non vedere il marcio dappertutto, questa dell’hotel poteva essere una buona idea, ammesso che, l’importo dei lavori, stimato dal progetto vincitore all’incirca sui 63,7 milioni di euro, abbia tenuto in conto anche dei milioni necessari per togliere le tonnellate di rifiuti ivi presenti da decenni. Altrimenti c’è l’Eremo, costruito nel 1902 dal lungimirante Thomas Cook, sta già là “bello e fatto”, ed è solo da restaurare e per giunta sulla strada del percorso, se ne saranno accorti?

Ma un pensiero ci cruccia, non è che il progetto vincitore del concorso, quello del fantomatico Trenino rosso del Vesuvio, costato 100.000 euro (da sommare ai 60.000 € al secondo progetto classificato e i 35.000 al terzo), quello che avrebbe dovuto segnare un’emblematica striscia di luce rossa da energia fotovoltaica, visibile da lontano, come una volta facevano le luci della seggiovia, abbia dato fastidio a chi su gomma da decenni lucra sull’immenso flusso turistico vesuviano e che quindi tali progetti abbiano l’unico scopo clientelare di cui sopra? Poveri posteri!

Sul Vesuvio oggi ci si arriva in auto o soprattutto in bus e attraverso due strade, una è la Provinciale del Vesuvio (comunale dagli 800 metri a salire), facilmente raggiungibile dall’autostrada, l’altra è quella della “Busvia” del Vesuvio, una linea di navette diesel 4×4 che, imboccando la strada Matrone da via Cifelli a Boscotrecase, saliva verso Cratere. Oggi tale linea non è al momento fruibile per i danni arrecati alla Matrone dagli incendi del 2017 ma, anche in questo caso, le pressioni politiche sono forti e premono per una sua riapertura. In entrambi i casi, benché se ne voglia dir bene ad ogni costo, definendole ecocompatibili, le due vie attraversano in buona parte o rasentano la riserva integrale, la zona A, alla quale, teoricamente, neanche a piedi sarebbe possibile averne l’accesso, se non previo permesso dell’ex UTB di Caserta o del Parco.

A nostro avviso questa storia del trenino altro non era che l’opera faraonica della passata giunta Bassolino, una di quelle tante operazioni di facciata, con tanto di strombazzamento mediatico, un po’ come sta facendo oggi De Luca con la funivia. Una di quelle che più o meno tutti i governanti passati, presenti e futuri progettano (e non realizzano!) per celebrare se stessi e i propri amici e gli amici degli amici. I primi guadagnano consenso, i secondi denaro, ma anche il viceversa è pur sempre valido. E per il riscontro a posteriori? Per questo varrà l’atavico oblio che vige in questa parte d’Italia, quello che lava le coscienze di tutti e una buona dose di stampa partigiana, che giustificherà o distrarrà chi avrà voglia d’indagare sull’accaduto, questo finché la notizia non sfumerà e diverrà qualcosa dai contenuti tanto vaghi che nessuno ci capirà più niente, così come è successo con la candidatura a luogo del cuore del FAI, per il quale neanche ad Ercolano sono riusciti a mettersi d’accordo sposando ognuno la sua causa e seguendo ognuno il proprio fantasma.

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