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Vesuvio, la “Stazione Centrale Cook”, cronaca di una esplorazione a cavallo di un tempo immobile

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Oggi facciamo assieme una esplorazione un po’ particolare, un viaggio nel tempo andata e ritorno, e di nuovo andata.

Una esplorazione diacronica, che avviene nel 2006 e oggi. Una esplorazione di un edificio abbandonato, anzi doppiamente abbandonato. Una esplorazione che non può più avvenire ma allo stesso tempo si ripete quasi uguale.

Eh sì, perché nell’arco di tempo che ci separa dalla prima esplorazione ad oggi c’è stato un restauro al quale è seguito immediatamente un nuovo abbandono.

Stazione Centrale Cook del Vesuvio
La centrale Cook vista dalla provinciale per il Vesuvio, aprile 2015

‘A Centrale

Siamo alle falde del Vesuvio in località San Vito, a 250m. s.l.m, lungo quello che fu il tracciato della Ferrovia Vesuviana. L’impianto, costruito nel 1903 dalla Compagnia Thomas Cook & Son allo scopo di collegare il centro di Resina (oggi Ercolano) con la ormai già famosa funicolare del Vesuvio, attraverso la tappa intermedia all’Hotel Eremo, anch’esso costrutto dalla Cook l’anno prima per i viaggiatori che intendevano trascorrere qualche giorno sul vulcano, ed inutile dirlo, oggi anch’esso in stato di abbandono.

‘A Centrale, come è chiamata da queste parti è un enorme edificio, di circa 45×30 m per un’altezza massima di circa 14m, composto da due capannoni affiancati e in parte seminterrati. Ospitava la centrale elettrica e l’officina meccanica dell’impianto ferroviario Cook, e grazie ad essa fu elettrificato anche l’impianto della Funicolare Vesuviana che fino ad allora funzionava a vapore. Nei pressi vi era anche una stazioncina di servizio, dove avveniva l’aggancio delle vetture provenienti da Resina a degli speciali spintori a cremagliera, necessari per superare il forte dislivello che proprio qui iniziava.

L’inizio della fine

Stazione Centrale Cook del Vesuvio
Le lave dell’eruzione del vesuvio 1944 sulla facciata della Centrale (fonte web)

L’impianto fu danneggiato dalle eruzioni del Vesuvio nel 1906 e soprattutto del 1944, quando la lava arrivò fino alla facciata nord della Centrale, dopo aver abbattuto l’edificio a due piani della stazioncina. Nel frattempo la linea aveva cambiato gestione e fu la SFSM (che gestiva già la Circumvesuviana) ad iniziare le opere di ripristino del tracciato che terminarono nel 1947, ma purtroppo la linea ebbe vita breve. Complice l’apertura della nuova strada carrozzabile fino all’Osservatorio, nel 1952 il servizio di linea fu limitato alla sola tratta Eremo – Stazione inferiore della seggiovia (che intanto aveva preso il posto della Funicolare), fino ad essere soppresso del tutto nel 1955. Il colpo di grazia fu dato del prolungamento della strada fino alla seggiovia, che consentì un più veloce e facile accesso a frotte sempre più numerose di turisti, ormai non più viaggiatori.

Con lo smantellamento del materiale rotabile, ‘a Centrale cadde in un lungo periodo di oblio, durante il quale il trascorrere delle stagioni ridussero l’edificio ad un rudere, che sembrò terminare nel 2004 quando l’immobile fu acquisito dall’Ente Parco Nazionale del Vesuvio allo scopo di destinarlo a museo e spazio di ristoro in vista della futura ricostruzione di del tracciato ferroviario (anche se limitatamente da San Vito al Vesuvio) prevista dalla Regione Campania.

Una nuova rinascita?

Nel 2007 si avviarono i lavori di restauro che terminarono nel 2008. La Regione bandì un concorso internazionale di progettazione che vide vincitore il progetto “il trenino rosso del Vesuvio” a firma dello studio romano Ricci & Spaini, che prevedeva la costruzione di cinque stazioni dotate di tutti i servizi, parcheggio, e un nuovo hotel negli spazi di recupero della ormai dismessa cava, ma utilizzata come discarica, Amendola- Formisano.

Sembrava ormai cosa fatta, ma così come accadde per la ricostruzione della Funicolare in occasione dei mondiali di calcio di Italia 90, tutto improvvisamente si arenò in un pantano di burocrazia e inettitudine amministrativa, minando forse definitivamente, sicuramente ipocritamente, la sostenibilità ambientale per un Parco Nazionale assediato dal trasporto su gomma, con conseguenze ambientali pesantissime a causa della continua congestione di bus lungo la strada e per l’inquinamento atmosferico e acustico. Ormai come sempre accade in casi analoghi, il destino dell’edificio era di nuovo segnato.

L’esplorazione

Ed infatti oggi ‘a Centrale versa nuovamente in stato di abbandono con vandali e sciacalli che hanno fatto il loro mestiere, distruggendo e asportando tutto ciò che era possibile.

Ci sono ritornato, e sembra quasi che il tempo sia trascorso invano, scatto tante altre foto dopo quelle che scattai nel 2006, ne ripropongo qui alcune per un paragone diretto con la situazione attuale, iniziamo l’esplorazione.

L’accesso non è difficile, le porte sono tutte aperte e la prima che s’incontra è quella del seminterrato, che occupa tutta la parte basamentale rivestita in blocchi di pietra lavica.

Varcata la soglia ci troviamo in un piccolo disimpegno che si apre su un ambiente diviso in tre navate voltate a botte, sostenute da setti murari in pietra lavica e laterizi, e raccordati ad arco. Nonostante l’inaugurazione in pompa magna avvenuta nel 2008 qui i lavori non furono mai terminati, infatti mancano totalmente i pavimenti.

Dalla terza campata si accede ad un enorme ambiente a doppia altezza, che anticamente ospitava gli impianti per la produzione di corrente continua a 550V per mezzo di motori a gas alimentati con una tubazione diretta costruita appositamente, dinamo e batterie di accumulatori, che recuperavano anche l’energia prodotta in frenata dagli spintori a cremagliera, e che praticamente funzionavano da tampone per far fronte alle eventuali maggiori richieste di energia. Oggi di tutto ciò non c’è più nulla e anche le erbacce del 2006 sono sparite. Quattro grandi finestre ad arco illuminano l’ambiente dall’alto. Manca anche qui il pavimento e il salone è occupato solo da una struttura in acciaio con scala e un ballatoio perimetrale, attraverso il quale raggiungiamo il livello superiore.

Il grande salone

Si accede facilmente al primo capannone che ospitava l’officina meccanica e rimessaggio vetture. Siamo circondati su tre lati da grandi finestre ad arco. Nel 2006 si passeggiava tra le erbacce e il cielo era visibile da ogni ambiente. Oggi lo sguardo è chiuso da un nuovo tetto in legno, e si cammina su una solida pavimentazione in pietra lavica. Bisogna però prestare molta attenzione a dove si poggiano i piedi, per non ritrovarsi improvvisamente di nuovo nel seminterrato, a causa delle numerose aperture sul pavimento ormai senza cristallo di chiusura, così come i parapetti, per opera dei soliti vandali che non hanno risparmiato le loro attenzioni anche ai nuovi infissi in ferro.

Con la ferrovia in esercizio il grande salone del rimessaggio era attraversato nella sua lunghezza da un doppio binario sul quale trovavano posto due vetture affiancate. Oggi di ciò ne resta solo la memoria nel disegno del pavimento in lastre di pietra lavica. Alle pareti gli immancabili graffiti con tag e frasi minacciose, mentre nel 2006 era ancora possibile leggere, seppure sbiaditi, avvisi dipinti a grandi lettere che ricordavano la pericolosità di certe lavorazioni.

Attraverso un piccolo varco, aperto nel grande muro di spina, torniamo al secondo capannone, aggirandoci tra piccoli spazi vuoti dove una volta erano ospitati locali secondari e gli uffici. Nella mente le immagini del 2006 e, tra resti di bivacchi e festicciole improvvisate, ripensiamo alla pavimentazione in piastrelle esagonali bicrome, oggi sostituite da mattonato di cotto. I bagni ricavati ex novo sono ancora una volta totalmente distrutti.

La fine

Gli esterni, al contrario che nel 2006, sono difficilmente praticabili per via di fitti rovi ed alte erbacce che impediscono non solo di camminare ma anche di dare uno sguardo alla Centrale nel suo insieme.

Ritorniamo sui nostri passi per uscire da dove siamo entrati e non possiamo fare a meno di pensare che forse ‘a Centrale avrebbe preferito essere lasciata allo stato di rudere e finire i suoi giorni in maniera sicuramente più dignitosa, che avere l’illusione della rinascita, e poi per incapacità e inedia, essere precipitata nuovamente nell’oblio.

Stazione Centrale Cook del Vesuvio
La centrale Cook vista dal sentiero n.9, novembre 2011

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